Questo articolo critica lo studio di ISICO sulla relazione tra tennis e scoliosi, evidenziando diverse carenze metodologiche. L'analisi sottolinea che il disegno di studio trasversale utilizzato non permette di stabilire una relazione di causa-effetto tra la pratica del tennis e l'insorgenza di scoliosi, ma solo un'associazione. Viene inoltre messa in discussione la scelta dei gruppi di controllo e la validità dei risultati statistici presentati.
Introduzione
Da un punto di vista anatomico, il rachide di un individuo normale, esaminato in X-grafia, si presenta perfettamente allineato in proiezione antero-posteriore. Nel caso di una scoliosi, invece, la colonna vertebrale, sempre visualizzata sul piano frontale, presenta una o più inflessioni laterali. Detta deformità esercita inoltre i suoi effetti negativi sui rimanenti piani (sagittale e trasversale) e, di conseguenza, su tutto il rachide. La scoliosi strutturata è, dunque, un’affezione tridimensionale del rachide, non riducibile volontariamente, ed è particolarmente evolutiva durante il periodo puberale.
Tale evolutività tende a rallentare nel corso dell’età adulta, sebbene alcune scoliosi, a fine accrescimento scheletrico, siano destinate a peggiorare anche di un grado all’anno1. Nella maggior parte dei casi, la scoliosi ha una etiologia sconosciuta e viene, così, definita idiopatica2. Diversamente, l’attitudine scoliotica è caratterizzata da un’alterazione morfologica del tronco causata da una curva laterale della colonna vertebrale. Tale alterazione, reversibile e autocorreggibile, compare quando il soggetto assume posture in carico, mentre scompare totalmente o si riduce quando lo stesso soggetto assume posture fuori carico. Questo tipo di condizione rientra nelle cosiddette scoliosi funzionali. L’attitudine scoliotica può determinarsi a causa di ipometria (o eterometria) degli arti inferiori, stati infiammatori muscolari, dolore vertebrale e/o muscolare, alterazioni di tipo posturale.
L’attività tennistica agonistica, che oggi si tende a iniziare in età sempre più acerba e viene proseguita per due-tre ore al giorno negli anni dell’accrescimento, può comportare un asimmetrico potenziamento dei gruppi muscolari del cingolo scapolare e dell’arto superiore di un lato (come di regola avviene e si evidenzia nei giovani campioni), mentre al controlaterale non compete altro ruolo che quello di alzare la pallina nel gesto del servizio. Ma tutto ciò, si può controbattere, non è mai stato sufficiente a indurre una deformazione rachidea evolutiva.
Metodi
Nel testo (estratto, introduzione e metodi) è riportato come lo scopo del presente lavoro sia quello di verificare la prevalenza delle deformità spinali e di mal di schiena in adolescenti che praticano tennis a livello competitivo, confrontati con controlli sani3. Per raggiungere tale obiettivo è stato utilizzato un disegno di studio trasversale.
Si osservano diverse criticità nella scelta del disegno di studio e sue conseguenze.
- I disegni trasversali presentano pregi e difetti. Infatti:
- Raccolgono informazioni relative all’esposizione ai fattori di rischio e ai loro esiti (insorgenza della patologia) nello stesso momento e sullo stesso paziente. Possono essere pensati come un’istantanea di una malattia in una popolazione in un particolare momento. Tuttavia, visto che l’esposizione e lo stato di malattia sono misurati nello stesso istante temporale, non è possibile con questo tipo di studio stabilire una relazione di causa-effetto tra esposizione al fattore di rischio e insorgenza della malattia, ma solo un’eventuale associazione, venendo a mancare la componente temporale. È per questo che spesso vengono utilizzati solo in prima battuta, per poi eseguire studi caso-controllo o di coorte.
- Offrono risultati immediati e sono economicamente poco rilevanti in quanto non richiedono l’impiego di mezzi, tempo e personale per lunghi periodi (al contrario di studi caso-controllo o ancor più di coorte).
- Sono utili per esplorare la distribuzione di una malattia al tempo “0”, l’associazione fra malattia e fattore casuale; possono essere considerati come una prima fase di uno studio da approfondire con altre tipologie di disegni (caso-controllo o di coorte).
- Non si capisce per quale motivo sia stato preso un gruppo di controllo, non essendo contemplato da questo tipo di studio. Inoltre, nel testo vengono definiti “controlli sani”, quando invece viene espressamente detto che per la scelta di tale gruppo non è stata posta alcuna restrizione né sul tipo di sport praticato, né su una diagnosi pregressa di malattia. Per definizione, un gruppo di controllo è un gruppo di soggetti che, a parte il fatto di non aver sviluppato la malattia, è identico per tutte le altre caratteristiche al gruppo dei casi.
Risultati
Nella sezione dedicata all’ “Analisi statistica” non è stato riportato il software utilizzato per svolgere l’analisi, né se sia stata o meno testata la normalità dei dati. Inoltre, non è stato specificato quale tipo di statistica descrittiva è stata utilizzata nelle tabelle a seguire. Infatti osserviamo per variabili continue un xy.z ± xy.z (x,y,z sono cifre da 0 a 9), ma non si evince cosa rappresenti la quantità a destra del “±”, ma solamente intuire che possa essere una deviazione standard o un errore standard, essendo la quantità presente a sinistra del simbolo “±” una media.
Nei “Metodi” è descritto l’uso del test Chi quadrato. Per utilizzare tale metodo, la numerosità totale dovrebbe essere superiore a 200 e nessuna frequenza osservata dovrebbe essere inferiore a 5. In caso venisse violata la prima ipotesi, dovremmo ricorrere alla correzione per continuità di Yates, nel secondo caso, utilizzare il test esatto di Fisher. Nel presente lavoro, in tabella 1 e 2 osserviamo la mancanza di entrambi i requisiti, ma viene lo stesso utilizzato il test Chi quadrato, portando, con probabilità, a risultati fuorvianti.
In caso di risultati non statisticamente significativi è stato riportato semplicemente un “NS”, senza avere la grandezza della non significatività (sarebbe stato più opportuno anche in questi casi riportare il valore p).
Nella sezione “Risultati” è riportato che «la media di ATR non differisce tra i gruppi, sia nei maschi che nelle femmine»3: questo non è affatto vero; infatti le medie differiscono tra i gruppi, sia nei maschi che nelle femmine, ma tali differenze non sono statisticamente significative. Sarebbe quindi stato opportuno specificare che la media di ATR non differisce in maniera statisticamente significativa tra i gruppi sia nei maschi che nelle femmine, approccio seguito in altri punti dei risultati per altre variabili.
Nell’ “Estratto” (Risultati) sono riportati per ATR dei valori che non si ritrovano nel testo: per le femmine, gruppo tennis 3,2° ± 1° quando in tabella 1 è riportato 3,2° ± 2.1°; per il gruppo “School” nell’estratto è riportato 2,8° ± 1°, mentre in tabella 1, 2,8° ± 1,7°. Per il gruppo dei maschi avviene una cosa simile: gruppo tennis 2,8° ± 1° quando in Tabella 2 è riportato 2,8° ± 1,5°; per il gruppo “School” nell’estratto è riportato 2,6° ± 1°, mentre, in Tabella 2, 2,5° ± 1,4°. In questo ultimo caso è stato sbagliato anche il valore p, essendo riportato nell’estratto “p<.005” ed in tabella “NS”: Questo genera molta confusione.
In Tabella 3 sembra sia stata invertita la riga dei soggetti maschili con quelli femminili: risulta che i soggetti di sesso maschile che praticano tennis hanno un’età media di 12,0± 0,8 mentre dalla Tabella 2 il valore riportato è 12,0 ± 1,0. Per i soggetti di sesso femminile stessa cosa: hanno un’età media di 12,0 ± 1,0 mentre dalla Tabella 1 il valore riportato è 12,0±0,8: i valori sono stati probabilmente invertiti. Per quanto riguarda la variabile ATR, si osserva la stessa cosa, facendo il rapporto tra i valori riportati in Tabella e le rispettive numerosità dei gruppi: il valore 28% è per i soggetti di sesso femminile, il 26% per i soggetti di sesso maschile. Inoltre, non si capisce perché in Tabella 3 sia stato considerato in ATR=5° e ATR=7°, mentre in Tabella 1 e 2 ATR>5° e ATR>7°: significa forse che non esiste alcun soggetto con ATR=5 e ATR=7?
Questo tipo di conclusione non può essere raggiunta con il disegno di studio impiegato, bensì con un caso-controllo o coorte. Allo stesso tempo, viene giustamente detto successivamente che, per il tipo di disegno impiegato, non possiamo stabilire una correlazione causale.
Questo articolo esamina la relazione tra la pratica del tennis e la scoliosi, sottolineando che non esiste una chiara evidenza di un legame causale tra i due. Gli studi attuali, inclusi quelli trasversali, suggeriscono che il tennis non aumenta il rischio di deformità spinali, ma sono necessarie ulteriori ricerche per confermare questi risultati.
Discussione
Nel testo si afferma che i risultati raggiunti rifiutano l'idea che il tennis sia tradizionalmente considerato uno sport che può danneggiare la colonna vertebrale e accrescere il rischio di deformità spinali, poiché si osserva una simile prevalenza nei due gruppi a confronto. Tuttavia, è importante sottolineare che non si può stabilire una relazione di causa-effetto, ma semplicemente una correlazione, attendendo studi futuri.
Nelle “Conclusioni” viene ribadita giustamente la mancanza di associazione tra tennis e LBP (Zaina et al., 2016).
Conclusioni e Riflessioni
Il titolo dello studio è considerato fuorviante, in quanto sembra stabilire una relazione di causa-effetto, asserendo la non pericolosità del tennis. Tuttavia, si rende opportuno soffermarsi su percorsi di studio più attinenti e probanti. Lo studio di coorte, sicuramente il più accurato, richiede una scrupolosa pianificazione e una popolazione da campionare molto vasta, rendendo la sua realizzazione praticamente proibitiva. L'approccio caso-controllo, invece, potrebbe risultare meno arduo.
Esso consiste nel reclutare un gruppo di soggetti con scoliosi e un adeguato numero di controlli. Un altro approccio, molto più costoso e a maggior rischio di bias da non rispondenti, è lo studio caso-controllo di popolazione, dove i controlli vengono selezionati dalla popolazione generale con procedura randomizzata. Nel caso in questione occorrerebbe prestare molta attenzione a eventuali bias di selezione o di confondimento.
Studi biomeccanici rigorosi dovrebbero tenere presenti anche le "catene cinetiche", ovvero i movimenti e l'attivazione muscolare "a valle e a monte". Questi studi, a loro volta, si avvarranno di strumentazione adeguata, come EMG di superficie e sistemi optoelettronici per l'analisi 3D del movimento.
In conclusione, per quanto orientato a escludere un significativo ruolo etiopatogenetico del tennis nel determinismo della scoliosi, non è possibile giungere a una conclusione definitiva sul rapporto tennis e scoliosi a causa della carenza di studi con valenza scientifica risolutiva.
Bibliografia
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Lisi, R. (2007). Tennis e scoliosi, stato dell'arte. Roma: Lombardo Editore.
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Lisi, R. (2018). La scoliosi nel tennis, tutta la verità. Latina: Il Trifoglio Bianco.
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Nachemson, A., Sahlstrand, T. (1977). Etiologic factors in adolescent idiopathic scoliosis. Spine, 2, 176-184.
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Weinstein, S.L., Ponseti, I.V. (1983). Curve progression in idiopathic scoliosis. Am J Bone Joint Surg, 65, 447-455.
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Zaina, F. et al. (2016). Tennis is not dangerous for the spine during growth: results of a cross-sectional study. Eur Spine J, 25(9), 2938-2944.