La rivista scientifica italiana su fitness e movimento

Anno: 2015 Volume: 20151

Training fisico nelle patologie cardiovascolari e metaboliche

Abstract

Italiano

Le malattie cardiovascolari e metaboliche rappresentano la principale causa di morte nel mondo occidentale, con una crescente prevalenza di obesità, diabete e sindrome metabolica nella popolazione adulta. Il presente articolo esamina il ruolo del training fisico come intervento terapeutico nelle patologie cardiovascolari e metaboliche, analizzando i risultati di studi scientifici internazionali. Vengono presentati due studi principali: il primo, condotto su 2.800 soggetti brasiliani, valuta la correlazione tra livello di attività fisica (misurato con IPAQ-SF), fitness cardiorespiratorio (MET) e fattori di rischio cardiometabolico, evidenziando una forte associazione tra bassa forma fisica e rischio cardiovascolare. Il secondo studio, di Ali Soroush et al. (2013), analizza gli effetti di un intervento di sei mesi con podometro su pressione arteriosa e VO2max in 355 soggetti, dimostrando miglioramenti significativi nei fattori di rischio cardiovascolare. I risultati complessivi confermano che un'attività fisica regolare e adeguatamente strutturata produce un consistente miglioramento della tolleranza allo sforzo e una riduzione del rischio cardiometabolico, supportando l'efficacia terapeutica del training fisico adattato nelle patologie cardiovascolari e metaboliche.

English

Cardiovascular and metabolic diseases represent the leading cause of death in the Western world, with a growing prevalence of obesity, diabetes, and metabolic syndrome in the adult population. This article examines the role of physical training as a therapeutic intervention in cardiovascular and metabolic pathologies, analyzing results from international scientific studies. Two main studies are presented: the first, conducted on 2,800 Brazilian subjects, evaluates the correlation between physical activity level (measured with IPAQ-SF), cardiorespiratory fitness (MET), and cardiometabolic risk factors, highlighting a strong association between low physical fitness and cardiovascular risk. The second study, by Ali Soroush et al. (2013), analyzes the effects of a six-month pedometer-based intervention on blood pressure and VO2max in 355 subjects, demonstrating significant improvements in cardiovascular risk factors. Overall results confirm that regular and adequately structured physical activity produces a consistent improvement in exercise tolerance and a reduction in cardiometabolic risk, supporting the therapeutic efficacy of adapted physical training in cardiovascular and metabolic pathologies.

Keywords

Italiano: training fisico adattato, rischio cardiometabolico, sindrome metabolica, fitness cardiorespiratorio, tolleranza allo sforzo

Inglese: adapted physical training, cardiometabolic risk, metabolic syndrome, cardiorespiratory fitness, exercise tolerance

L'articolo evidenzia che un programma di allenamento individualizzato, combinato con raccomandazioni dietetiche, ha portato a una significativa perdita di peso e miglioramenti nella qualità della vita nei giovani pazienti obesi dopo sei mesi. Inoltre, confrontando diversi tipi di allenamento, si è riscontrato che l'integrazione di allenamenti ad alta intensità (HIIT) con esercizi di intensità moderata (CMIET) ha prodotto un aumento più significativo del VO2 max rispetto al solo CMIET. Infine, l'attività fisica è risultata inversamente correlata al rischio cardiometabolico associato all'obesità, sottolineando l'importanza dell'esercizio fisico nella gestione del rischio cardiovascolare.

Published by: Tehran University of Medical Sciences ()

Medie e deviazioni standard (SD) di stima del VO2 max (ml.kg-1.Min-1)dopo 1 e 6 per i partecipanti ASUKI studio Fase
Luogo n Mese 1 n Mese 6
ASU 139 33.49 (11.03)* 86 31.77 (8.64)
KI 205 37.15 (10.40) 165 37.27 ( 10.14)
ASUKI 344 35.68 (10.80)* 251 35.38 (9.98)

È stata dimostrata una variazione significativa con P <0.05 tra il primo ed il sesto mese d’ intervento.

Published by: Tehran University of Medical Sciences ()

Ancora lo studio di Alexandra M. RUSU et al. 2012, proponeva di dimostrare i benefici della perdita di peso a seguito di un periodo di allenamento individualizzato associato a guide e raccomandazioni dietetiche sulla qualità dello stile di vita nei giovani pazienti obesi.

Sono stati effettuati 6 mesi di studio prospettico su 28 giovani pazienti obesi (età media 21,3 ± 2,1 anni; peso medio 83,66 ± 20,65).

I pazienti sono stati valutati prima e dopo i sei mesi di intervento tramite strumenti come test da sforzo cardiopolmonare, analisi della composizione corporea e questionari sullo stile di vita adottato.

Il periodo d’intervento consisteva in sessioni da 50 minuti, 3 volte a settimana con un’intensità di allenamento che raggiunge la soglia anaerobica e con 1 minuto di intervallo ogni 5 minuti di allenamento (tra la soglia anaerobica ed il punto di compensazione).

Per l'intensità d’esercizio e il monitoraggio del consumo calorico è stato utilizzato un monitor per la frequenza cardiaca (Polar RS 800).

Sono stati utilizzati anche contapassi per raggiungere 6000 passi al giorno nei giorni di allenamento fisico e 10.000 passi nei giorni in cui non c’era allenamento.

Sono state date ai pazienti anche linee guida generali per una corretta alimentazione, al fine di migliorare le loro abitudini e ridurre l’apporto calorico giornaliero.

I soggetti hanno anche ricevuto delle raccomandazioni individuali per aumentare il loro livello di attività fisica giornaliera.

Questo studio ha dimostrato una significativa diminuzione di peso e l'aumento della VO2 max.

Per quanto riguarda lo stile di vita fisicamente attivo esso è migliorato positivamente.

Le conclusioni di questo studio evidenziano come 6 mesi di programmi di allenamento e di linee guida generali sulla dieta quotidiana comportino una perdita di peso e migliorino significativamente la salute e la qualità di vita.

Un altro studio della letteratura internazionale confronta l'efficacia di un training singolo continuo (CMIET) di intensità moderata, con un training moderato associato ad un allenamento a settimana ad alta intensità, sul fitness cardiorespiratorio, Intensity Interval Training (HIIT). (B. H. Roxburgh et al).

Venti nove partecipanti sedentari a moderato rischio di malattie cardiovascolari sono stati reclutati per 12 settimane di esercizio fisico su un tapis roulant e cicloergometro.

I partecipanti sono stati randomizzati in tre gruppi, CMIET + HIIT ed un gruppo di controllo sedentario.

I partecipanti al CMIET + Gruppo HIIT eseguono un singolo training settimanale di HIIT e quattro sedute settimanali di CMIET, mentre il gruppo CMIET ha eseguito cinque sessioni CMIET settimanali.

Relativamente al VO2max lo studio ha dimostrato che è aumentato del 10,1% nel gruppo CMIET + HIIT e del 3,9% nel gruppo CMIET, mentre c'è stata una diminuzione del 5,7% nel gruppo di controllo.

Era “chiaro” che ci fosse una significativa differenza clinica esistente tra l'effetto di CMIET + HIIT e CMIET sulla variazione del VO2max.

Entrambi i gruppi che hanno eseguito il training di questo studio hanno dimostrato miglioramenti clinicamente significativi nel VO2max. Tuttavia, rimane palese che un tipo di esercizio fisico suscita un miglioramento superiore, relativamente al benessere cardiorespiratorio, rispetto ad un altro.

Effetti dell'allenamento sulle variazioni del Vo2max
Cambiamenti sostanziali
Differenze Medie Precisione 90% Benefici (%) Danni (%) Valutazione Pratica
CMIET+HITT (rispetto ai controlli)
Relativo VO2max (mL·kg-1·min-1) 4,9 1.0, 8.8 89 .4 Probabilmente utile
Assoluto VO2max (L·min-1) .4 .1, .6 91 .3 Probabilmente utile
CMIET+HITT (rispetto ai controlli)
Relativo VO2max (mL·kg-1·min-1) 3.0 -.5, 6.5 74 2 Probabilmente utile
Assoluto VO2max (L·min-1) .2 0, .5 72 2 Probabilmente utile
CMIET+HITT (rispetto al CMIET)
Relativo VO2max (mL·kg-1·min-1) 1.9 -2.3, 6.2 48 5 Da definire
Assoluto VO2max (L·min-1) .1 -.2, .5 42 7 Da definire

Le modifiche sui dati riguardanti benefici e danni sono state valutate nel modo seguente: > 5% il vero effetto è stato ritenuto poco chiaro (potrebbe essere utile o dannoso); <1% quasi certamente inutili; 1-5% molto probabilmente inutili; 5-25% - 25-75% improbabile; 75-95% forse utili; 95-99% probabilmente utili; > 99% quasi certamente utili

(Journal of Sports Science and Medicine (2014) 13, 702-707 )

Ancora lo studio P. A. McAuley et al sostiene che l'influenza di una maggiore attività fisica sul rapporto tra adiposità ed il rischio cardiometabolico non è ancora completamente compresa.

Tra il 2000 ed il 2002, sono stati raccolti dati su 6795 partecipanti, Multi-Ethnic Study of Atherosclerosis (MESA).

Ci sono state associazioni tra lo stato di attività fisica (inattivo o attivo), l’indice di massa corporea (BMI) e la circonferenza vita con il rischio cardiometabolico (dislipidemia, ipertensione, resistenza all'insulina e il glucosio alterato a digiuno o diabete). Sono stati valutati mediante analisi di regressione logistica per età, sesso, razza / etnia e l'essere fumatore. Tra i partecipanti obesi, quelli che erano fisicamente attivi hanno ridotto le probabilità di insulino-resistenza (47%; P <.001) ed alterata glicemia a digiuno / diabete (23% inferiore; P = .04).

Queste associazioni sono state più deboli per l'obesità centrale.

Tuttavia, tra i partecipanti con una normale circonferenza della vita, coloro che erano inattivi avevano il 63% in più di probabilità di avere insulino-resistenza rispetto al gruppo di riferimento attivo.

Le conclusioni di questo studio sostengono che l'attività fisica è stata inversamente correlata al rischio cardiometabolico legato all'obesità e all’obesità centrale.

La letteratura ormai è ricchissima di contributi: studi randomizzati, non randomizzati e di osservazione, che concordano nel valutare positivamente l’effetto dell’allenamento sulla tolleranza all’esercizio, anche in termini di incremento del VO2 max. Altre ripercussioni positive che l’allenamento comporta sono la riduzione della sintomatologia anginosa, dei valori di frequenza cardiaca e pressione arteriosa durante l’esercizio, l’aumento della capacità lavorativa, della forza e della resistenza muscolare (P. M. Casali et al 2008).

I programmi controllati rappresentano la modalità abituale di training fisico dopo un evento cardiovascolare, soprattutto un infarto del miocardio, ma oggi sono anche correntemente impiegati nella terapia del diabete mellito, della sindrome metabolica, dell’ipertensione arteriosa, dell’obesità, delle arteriopatie degli arti inferiori e delle vasculopatie cerebrali.

I programmi prevedono l’attuazione di protocolli d’esercizio che determinano sull’apparato cardiovascolare un effetto di allenamento tarato sulla classe di rischio (alto-medio-basso), sui risultati del test da sforzo e sulle caratteristiche individuali.

Per determinare l’effetto allenante, l’esercizio deve avere particolari caratteristiche di frequenza, intensità e durata, nonché una specifica progressione nel tempo.

In generale, la frequenza di esecuzione del programma d’esercizio è quotidiana o trisettimanale: quando il programma è quotidiano, è alternato in sedute di ginnastica a corpo libero e di esercizio su cyclette o treadmill; il programma trisettimanale prevede nella stessa seduta parte delle due attività.

Per quanto riguarda l’intensità invece è noto, dalla metodologia dell’allenamento, che le intensità di esercizio maggiormente redditizie sono quelle di poco inferiori alla soglia (ritmo “di qualità”): un’intensità bassa è considerata quella fino al 40% del Vo2max, moderata fino al 60% di Vo2max. Poiché abitualmente non è disponibile la determinazione diretta del Vo2max, si tende a far riferimento alla frequenza cardiaca massima raggiunta nel test ergometrico.

Il range di frequenza cardiaca entro il quale effettuare il programma in condizioni di sicurezza (target heart rate) è calcolato secondo: la massima frequenza cardiaca raggiunta, la formula di Karvonen, la frequenza cardiaca corrispondente a 2 mmol/l sulla curva lattato/frequenza.

Nel primo caso, se si seguono le raccomandazioni dell’American Heart Association, il training viene eseguito mantenendo la frequenza cardiaca tra il 50% - 80% della massima frequenza raggiunta. Nella pratica dei centri italiani questa percentuale è 70% - 85%.

Si tratta dunque di applicare la metodologia dell’allenamento, adattando di volta in volta i carichi di lavoro alle particolari situazioni cliniche (P. M. Casali et al 2008).

L'attività fisica migliora: la tolleranza al glucosio e riduce il rischio di ammalarsi di diabete di tipo 2, previene l'ipercolesterolemia e l'ipertensione e riduce i livelli della pressione arteriosa e del colesterolo, diminuisce il rischio di sviluppo di malattie cardiache e di diversi tumori, (come quelli del colon e del seno), riduce il rischio di morte prematura, in particolare quella causata da infarto e altre malattie cardiache, previene e riduce l'osteoporosi e il rischio di fratture, ma anche i disturbi muscolo-scheletrici (per esempio il mal di schiena), riduce i sintomi di ansia, stress e depressione, previene, specialmente tra i bambini e i giovani, i comportamenti a rischio come l'uso di tabacco, alcol, diete non sane e atteggiamenti violenti e favorisce il benessere psicologico attraverso lo sviluppo dell'autostima, dell'autonomia e facilità la gestione dell'ansia e delle situazioni stressanti, infine produce dispendio energetico e la diminuzione del rischio di obesità.

L'organismo umano non è nato per l'inattività: il movimento gli è connaturato e una regolare attività fisica, anche di intensità moderata, contribuisce a migliorare tutti gli aspetti della qualità della vita ().

Bibliografia

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  8. www.salute.gov.it

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