Questo articolo esplora la complessa relazione tra il tennis e la patomeccanica del rachide, evidenziando come i movimenti torsionali e flesso-estensori tipici di questo sport possano influenzare la salute della colonna vertebrale. Attraverso studi e osservazioni, si sottolinea l'importanza di una corretta esecuzione tecnica per prevenire lesioni e migliorare le prestazioni atletiche.
Introduzione
Dal punto di vista strutturale, i distretti anatomici del corpo umano sono direttamente collegati tra loro. Nello sportivo, in particolare, tale relazionalità è biunivoca: così come la postura del rachide influenza l’utilizzo degli arti, così il training di questi ultimi è in grado di interagire col primo. La sollecitazione della colonna è più evidente, e più complessa, durante il servizio, le cui modalità esecutive hanno mostrato, nella storia del tennis, un ampio spettro di varianti.
Quasi sempre si determina un aumento di forza dei muscoli rotatori e dei flessori laterali nel lato non dominante nei giocatori, dato che il movimento presuppone una spinta che prende avvio e si sviluppa dal lato contrario a quello dell’arto che serve. La ricerca esasperata della rotazione in top nell’esecuzione del diritto implica movimenti similari a carattere rotatorio e flessorio del rachide.
Il ruolo di rovescio, diritto, servizio e superficie di gioco
È chiaro come colonne predisposte da patologie pre-esistenti dovute all’età o a problematiche congenite possano accorciare i tempi di insorgenza di sintomatologia dolorosa. È stato studiato, mediante risonanza magnetica, il rachide di giovani tennisti professionisti esenti da sintomi correlabili a patologie della colonna vertebrale. È emerso che solo nel 4% non erano presenti alterazioni patologiche del rachide.
Secondo Krahl, le cause più frequenti di lesioni, a livello della colonna lombare, sono da attribuirsi ai carichi considerevoli indotti dai diversi movimenti tipici del tennis. In uno studio retrospettivo su 143 tennisti professionisti, il 38% è stato costretto, almeno una volta, a rinunciare alla partecipazione a un torneo del circuito ATP a causa di dolori lombari.
Infine, non bisogna mai dimenticare l’influenza primaria della psiche sul corpo, che ne può minare l’efficienza in modo subdolo e progressivo. È noto, peraltro, come la colonna, in particolare nei segmenti cervicale e lombare, sia sede elettiva di somatizzazione delle tensioni mentali.
Questo articolo esplora come le diverse posizioni e tecniche nel tennis, come il servizio kick e slice, influenzano la biomeccanica del corpo e possono portare a potenziali infortuni. Propone un'analisi dettagliata delle implicazioni fisiche delle tecniche di gioco e suggerisce approcci per minimizzare i rischi, migliorando al contempo la performance atletica.
Come impariamo a muoverci
Una ventata di rivoluzionaria novità quella di Rob Gray nell'interpretazione delle modalità da adottare da parte di individui comuni e sportivi d'élite per perfezionare le proprie abilità motorie. La pratica sportiva e lo stesso coaching ad essa connesso devono diventare più creativi e divertenti, dando agli atleti l'opportunità di esplorare e sostenere le proprie caratteristiche e la propria creatività.
In questo manuale di grande impatto e diffusione vengono analizzati gli evidence-based principles, i principi di base che regolano l'apprendimento e il coaching del movimento ottimale, attraverso il controllo dei meccanismi di acquisizione delle competenze tecniche nei vari sport: di fatto, una teoria estremamente innovativa rispetto alle modalità più diffuse di allenare e praticare le abilità sportive.
L'Autore si impegna a fornire adeguate risposte ad altrettanti quesiti sul passaggio che avviene dalle normali competenze alla padronanza del gesto sportivo per gli alti livelli, sul rendere economico ed efficiente il movimento derivante dall'insieme di "molte parti anatomiche in movimento", sul riuscire ad eseguire con calma il gesto imprevisto come se fosse del tutto usuale.
Joy of Moving
Questa è una storia appassionata e passionale, con il piccolo d'uomo che cresce e per crescere ha bisogno di giocare. Giocare muovendosi in modo vigoroso, intelligente e creativo, insieme agli altri. Il diritto al gioco sta a cuore ai numerosi autori di questa storia, che prende forma in 70 giochi di movimento e nelle loro innumerevoli varianti. Essa offre, con parole e immagini, un metodo originale al cui centro c'è il bambino attivo.
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Tennis
Nel servizio kick, il tennista "strofina" (o "spazzola") la sfera dal basso verso l'avanti-alto-esterno. Nel campo avversario, la pallina rimbalza alta (rotazione in topspin). I tennisti professionisti utilizzano il servizio kick per approcciare la rete e/o come seconda palla di servizio. Nel servizio slice (utilizzato prevalentemente per aprire l'angolo della risposta al servizio), la pallina, "strofinata" nella sua parte laterale, rimbalza bassa. Trattasi, come si dice spesso in gergo tennistico, di un "servizio ad uscire". Nel servizio flat, o piatto, invece, non è impressa alcuna rotazione alla palla. Utilizzato soprattutto come "prima di servizio", il servizio piatto permette di raggiungere velocità decisamente superiori a quelle normalmente ottenute con il kick e/o lo slice.
Secondo Saal (1996), la posizione aperta (o, mutuando il termine dalla lingua inglese, open stance) non consente un efficace utilizzo degli arti inferiori e un'adeguata generazione dell'impulso a livello del tronco. Tra l'altro, tale particolare impostazione tecnica, riducendo l'ampiezza delle torsioni del corpo, pone una limitazione alla produzione di forza. Diventa peraltro indispensabile ricorrere alla posizione aperta qualora non si riesca a fare in tempo a ricercare la tradizionale posizione chiusa (spalle perpendicolari rispetto alla rete – Figura 2A).
Questa evenienza è abbastanza frequente nel tennis moderno a causa della velocità di gioco che, essendo assai elevata, lascia poco tempo per eseguire un determinato colpo; il tennista assume così la posizione ritenuta più conveniente. La citata posizione aperta può dare origine a conseguenze patologiche a livello del tratto lombare della colonna (Saal, 1996). Sarebbe preferibile, quando possibile, assumere una posizione intermedia, ovvero la posizione parzialmente aperta (Figura 2B). In questo modo, il tennista potrà avvalersi di un contributo efficace ed equilibrato di tutti i segmenti corporei, migliorando la performance e, al contempo, preservare il rachide da possibili e nocivi sovraccarichi.
Durante il servizio, la fase di caricamento - che precede la violenta accelerazione dei segmenti corporei necessaria al trasferimento dell'energia elastica accumulata - può concorrere all'etiopatogenesi di alterazioni della normale struttura rachidea.
In questa situazione, le vertebre lombari sostengono carichi elevati, sia a livello del disco intervertebrale, sia delle faccette articolari. La reiterazione dei carichi e il verificarsi di anomalie dinamiche (es.: errori nell'esecuzione del movimento) sono la premessa per le ben note degenerazioni discali ed ossee che portano alla compressione dei fasci nervosi.
La compressione dei fasci nervosi è la diretta causa dell'insorgenza del dolore localizzato e periferico. Tra l'altro, nei casi in cui il giocatore lancia la palla indietro, le spalle e la pelvi si dissociano (la dissociazione spalle-pelvi sta ad indicare che, mentre le spalle ruotano in un senso, la pelvi o resta fissa o ruota in senso contrario, determinando perciò una dissociazione del movimento). L'impatto con la palla è accompagnato da una rapida inversione della rotazione del rachide lombare, che viene letteralmente lanciato dall'iperestensione e rotazione in senso antiorario all'iperflessione e alla rotazione in senso orario. Questo movimento a spirale trasferisce la forza di torsione ai segmenti spinali (Saal, 1996).
È indispensabile, qualunque sia la tipologia di servizio adottato, che il tennista effettui il movimento di immersione (Figura 5).
Questa fase consiste nel ruotare dapprima il tronco attorno all'asse longitudinale nel senso del braccio-racchetta (Figura 5A), e, infine, nel flettere le gambe contemporaneamente al lancio di palla effettuato con la mano non dominante: il giocatore verrà così a trovarsi nella cosiddetta posizione di caricamento o, anche, "a trofeo" (Figura 5B). In questo modo, il tronco e le estremità inferiori si coordinano con i rotatori interni della spalla, immagazzinando energia elastica attraverso un iniziale allungamento eccentrico. L'energia elastica accumulata verrà poi resa nella successiva fase di accelerazione concentrica in accorciamento.
È necessario, quindi, che il movimento di rotazione del tronco sia perfettamente integrato con gli altri elementi della catena cinetica sia per la tempistica, sia per l'intensità, affinché il meccanismo del riutilizzo di energia elastica possa essere pienamente sfruttato. Il tutto, comunque, preceduto da una contrazione dei muscoli addominali, così da costruire un busto muscolare di sostegno e di protezione della colonna vertebrale.
I tornei di tennis professionistici si svolgono in numerose località sparse in tutto il mondo e su superfici diverse. Non è inusuale che i giocatori siano costretti a cambiare terreni di gioco nell'arco di una o due settimane: passando, ad esempio, dalla terra rossa (denominata anche terra battuta) del Roland Garros e di altri tornei europei, ai campi in erba come quelli del Queen's e della tedesca Halle. Questi repentini cambiamenti, dovuti a un sempre più fitto calendario tennistico, e l'impossibilità di adattarsi in così breve tempo a questa o a quella specifica superficie, possono risultare deleteri per le componenti scheletrico-legamentose del rachide.
A detta di Saal (1996), il giocatore dilettante, invece, sembrerebbe non patire altrettanto i cambiamenti di superficie. A proposito, poi, della terra rossa, Saal è dell'avviso che essa non sia particolarmente dannosa per il rachide lombare dato che assorbe meglio i colpi, attutisce e richiede un passo scivolante (Saal, 1996). Diverso, invece, è il parere dello specialista statunitense sui campi in duro cemento, che trasferirebbero carichi più elevati agli arti inferiori e al rachide. Per quanto concerne, infine, i campi in erba, Saal ne evidenzia sì le peculiarità di assorbimento dei colpi, ma nel contempo li ritiene "[...] molto duri e di conseguenza persino peggiori dei campi in cemento" (Saal, 1996).
Questo articolo propone che la superficie di gioco nel tennis influisce significativamente sull'incidenza degli infortuni, con superfici più morbide come la terra rossa che riducono l'impatto sulla colonna vertebrale rispetto a superfici dure come il cemento. Inoltre, suggerisce che i carichi elevati sulla colonna vertebrale siano principalmente dovuti alla rigidità del terreno di gioco piuttosto che allo stile di gioco.
Discussione
Se è vero che esistono in letteratura studi che dimostrano un'elevata frequenza di infortuni a carico degli arti inferiori conseguenti alla pratica del tennis su una determinata superficie1, è altrettanto vero che gli studi sugli infortuni, sempre in relazione alla pratica di detto sport, a carico del rachide sono pochi, e quei pochi scarsamente attendibili.
Dai risultati dello studio di von Salis-Soglio (1979) è emerso che un esiguo gruppo (15 elementi) di giocatori esperti accusava dolori alla schiena, ma anche agli arti inferiori, durante la pratica dell'attività tennistica su superfici dure. Tale sintomatologia dolorosa, invece, era generalmente modesta, se non del tutto assente, quando gli stessi giocatori praticavano su campi in terra rossa.
Le informazioni raccolte su base empirica da Gieck et al.7, insieme alle sue personali esperienze con la discopatia degenerativa, indicano che le superfici più morbide, come l'erba o la terra rossa, riducono l'impatto sulla colonna vertebrale, sulle radici nervose e sui dischi intervertebrali rispetto alle superfici più dure, come l'asfalto e il cemento.
Un ulteriore contributo, a questo punto, è costituito dall'intervento dello specialista irlandese O'Donoghue18, il quale afferma che sulla terra rossa i match sono più lunghi e pertanto disputare diverse partite da cinque set in un periodo di due settimane può essere causa indiretta di lesioni dovute alla durata della partita stessa e solo in parte ascrivibili alla superficie.
Sull'erba, invece, dove i match hanno una durata inferiore e il tennista utilizza frequentemente discese a rete subito dopo il servizio ("serve and volley"), il rischio di lesioni è ridotto. In conclusione, le teorie di Saal (1996) sulla presunta nocività dei campi erbosi appaiono scarsamente fondate.
Esiste infatti una ricerca condotta su tennisti professionisti di sesso maschile1 che ha rilevato come i campi in cemento (0,37 trattamenti medici per partita) siano caratterizzati da un'incidenza decisamente superiore di infortuni rispetto ai campi in terra rossa (0,20). Dunque, la superficie più idonea per la pratica dello sport del tennis è quella in terra rossa.
Conclusioni
In conclusione, le superfici di gioco nel tennis hanno un impatto significativo sulla frequenza e sulla gravità degli infortuni. Superfici più morbide come la terra rossa offrono un maggiore assorbimento degli urti, riducendo il rischio di lesioni alla colonna vertebrale e agli arti inferiori rispetto a superfici più dure come il cemento. Questi risultati suggeriscono che la scelta della superficie di gioco dovrebbe essere considerata attentamente per minimizzare il rischio di infortuni nei giocatori di tennis.
Scienza e movimento - N. 36 Aprile-Giugno 2024
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