Questo articolo esamina la relazione tra nutrizione e rischio di cancro, evidenziando come il peso corporeo e l'infiammazione, influenzati dalla dieta, svolgano un ruolo cruciale nella carcinogenesi. La revisione della letteratura suggerisce che un'adeguata gestione della dieta può ridurre significativamente l'incidenza del cancro, con particolare attenzione al controllo dell'insulina e all'adozione di una dieta ricca di vegetali.
Introduzione
Da molti anni è nota l’interferenza della dieta nella genesi dei tumori. Lo scopo di questi studi è duplice: ovvero capire quali sono le responsabilità dei diversi nutrienti rispetto la malattia, sia nel determinarla che in loro eventuali proprietà protettive. Tra i molti tipi di neoplasie, sono assi pochi quelli che non sembrano avere un legame con la nutrizione, è comunque evidente che tutti quelli dell’apparato digerente ne sono direttamente correlati, allo stesso modo quello della mammella, mentre ematologici, prostata e vescica ne risentono in minor misura. Fatte queste premesse, si può affermare che lavorare efficacemente sull’adeguatezza della dieta comporti una riduzione più o meno marcata di circa il 45% di tutti i tumori. (figura 1)
Gli approfondimenti su questa materia indicano una considerevole differenza sull’impatto che ha l’alimentazione sul tumore: da diversi anni si stima che possa incidere da un minimo del 10% ad un massimo dell’80% sulle morti per cancro (Willet 1995), addirittura l’alimentazione inciderebbe per il 35% sulle malattie tumorali contro il 30% di quelle provocate dal fumo di sigaretta. Con simili e così convincenti numeri, occorre che il messaggio circostanziato, serio e ragionato arrivi ad ogni strato della popolazione. Bisogna sfruttare ogni occasione possibile per divulgare quanto la scienza ci insegna.
Gli aspetti fondamentali
Non si può fare una graduatoria su quali siano gli alimenti più dannosi, è antiscientifico. Se si considera l’aspetto patogenetico della malattia legato alla nutrizione, c’è sopra tutto da lavorare sul ruolo dell’infiammazione, molto strettamente sostenuto dall’eccesso di insulina (Shoelson 2010), che si esplicita anche sulla replicazione delle cellule tumorali per una loro spiccata sensibilità all’insulina stessa (Belfiore 2011). Occorre quindi gestire la nutrizione con lo scopo di sfruttare i giusti compromessi dietetici capaci di pilotare la secrezione insulinica e di conseguenza il suo effetto pro-infiammatorio.
Oltre alla relazione tra picchi insulinici e cancro, va considerato l’innesco di ormoni insulino-correlati, quali: testosterone (sia nell’uomo che nella donna) e IGF-I. Sebbene vi sia una vasta letteratura sul ruolo di specifici alimenti con ipotetiche responsabilità cancerogene, la revisioni e le metanalisi, non confermano la grande parte dei dati osservazionali. Va precisato che molti studi concernenti il danno da alimenti, sono basati su questionari. Nella maggioranza dei casi la compilazione delle risposte è a carico dei volontari reclutati negli studi, con distorsioni anche molto grandi, ed interferenze di altri fattori, non considerate, ciò li rende molto poco credibili e di basso impatto scientifico. Senza questi studi di base però, non ci sarebbero i pretesti per gli studi sperimentali eseguiti col dovuto rigore, che invece costituiscono indiscutibili riferimenti.
Un documento ancora valido che razionalizza il rapporto cibo/cancro è quello del World Cancer Research Fund (WCRF 2020), nel quale si schematizzano 6 punti base:
- Avere il giusto peso (più precisamente la giusta composizione corporea)
- Utilizzare prioritariamente alimenti vegetali (in specie frutta e verdura di stagione, legumi e cereali integrali)
- Limitare i cibi pronti e molto artefatti (si fa riferimento al “fast food”)
- Limitare le carni molto “elaborate” (sia come tipo di cottura che di conservazione)
- Limitare gli zuccheri raffinati (specie le bevande dolci)
- Limitare l’alcol (senza distinzioni)
Con una grafica semplice e di impatto, il documento si avvale di letteratura inattaccabile e svolge l’argomento senza cadere in ipotesi o manipolazioni che troppo spesso inquinano i messaggi su questo tema.
Il grasso corporeo
Le evidenze dello stretto rapporto tra eccesso di adipe e cancro sono state discusse in più occasioni, quasi tutti i tipi di tumore si presentano molto più frequentemente in obesi (de Pergola 2013). Le ragioni individuate vertono su diversi co-fattori che, in una drammatica sinergia, comportano la maggiore incidenza di questa malattia. Oltre alla già citata infiammazione cronica con la produzione di adipochine pro-infiammatorie (Booth 2015), c’è la dis-regolazione del rapporto estrogeni/androgeni, altro fattore importantissimo nell’insorgenza di diversi tipi di tumore, in specie nel suo effetto sul lungo lasso temporale (Mantovani 2014).
Il sovrappeso, oltre ad aumentare direttamente il rischio tumorale, riduce l’efficacia e la specificità dei macrofagi, e inibisce la funzione dei linfociti NK (Natural Killer), che sono la prima linea di difesa contro infezioni e tumori” (Bahr 2017). Esistono in letteratura approfondimenti che indagano il rapporto tra eccesso di adipe e singoli tipi di tumore: certo il ruolo sul tumore del fegato, con deciso calo dell’incidenza in soggetti dimagriti (Sun 2012), altrettanto inequivocabile il rapporto tra sovrappeso e tumore pancreas (Bracci 2012), addirittura proporzionale il rapporto tra grasso e carcinoma colon-retto, con evoluzioni molto più favorevoli in soggetti in normopeso (Cirillo 2019), altrettanto convincente la netta incidenza in donne in sovrappeso od obese del carcinoma mammario (Lee 2019). Allo stesso modo è molto persuasiva la diretta incidenza, nei soggetti con eccesso di grasso di tumore della prostata (Cao 2016), dell’ovaio (Tworoger 2016), dello stomaco (Du 2017), perfino della cute (Hirt 2019). Rimane invece non del tutto convincente il ruolo dell’obesità nei diversi tipi di carcinoma del polmone, ovvero esiste un rischio statisticamente superiore ma non evidente come nelle altre sedi (Danxia 2018).
Si arriva, pochi anni fa, alla pubblicazione di articoli che suggeriscono la restrizione calorica come affiancamento alla terapia di diversi tipi di tumore (Mulcahy 2013) a sottolineare la dannosità dell’eccesso calorico anche a malattia conclamata. Di grande interesse patogenetico oltre che sulla sua ricaduta sulla salute, il fatto che il calo ponderale abbia un dimostrato effetto protettivo, abbassando significativamente il rischio potenziale di ogni genere di tumore (Anderson 2020). Oltre che una speranza, questo aspetto dovrebbe essere considerato dalla medicina pubblica, come prioritario.
I vegetali
Da molti anni si studia il rapporto esistente tra vegetali e protezione dai tumori. La letteratura è ricca di articoli che in vario modo hanno cercato di sviscerare questo argomento. Il vasto interesse suscitato dalla possibilità di avere alimenti protettivi, muove produzioni che non sempre meritano la credibilità che potenzialmente meriterebbero. Rimanendo fedeli al principio stabilito in partenza si approccia questo aspetto dal punto di vista patogenetico: ogni strategia dovrebbe essere mirata a spegnere meccanismi infiammatori ed ossidativi.
Le revisioni di letteratura che trattano il rapporto tra vegetali e cancro, si concludono quasi sempre nello stesso modo: l’abbondante presenza di vegetali nella dieta quotidiana si correla ad una più bassa incidenza di cancro (Key 2011; Turati 2015; Wang 2014; Rodriguez-Casado 2018; Aune 2019; Maleki 2019; Soerjomataram 2010). L’approfondimento della materia porta a chiedersi se esistano specifici vegetali con effetto protettivo e se sì, quali. C’è una vasta letteratura concernente singoli vegetali su specifici tipi di tumore, questo argomento raggiunge in qualche caso livelli di grande profondità, ma un’analisi dettagliata conduce ad una conferma dell’eminente via di protezione: quella antiinfiammatoria ed antiossidante (Chikara 2018).
Importante precisare che non risultano riduzioni dell’impatto del cancro (in genere) su vegetariani, escludendo quindi che
l’esclusione di cibi di derivazione animale abbia un effetto protettivo (Orlich J 2013)
2.3 I cibi elaborati e pronti
Questo aspetto della nutrizione è di grande impatto, specie nei pasti consumati fuori casa, con la fretta dovuta al poco tempo. Occorre un pasto già preparato, con sapore accattivante, spesso riscaldato al momento. Sia l’aggiunta di additivi per la ricerca di sapori, sia i ripetuti riscaldamenti, sia il largo uso di zuccheri, rendono questo genere di cibi, particolarmente capaci di promuovere processi degenerativi. Per ora esistono pochi studi su singoli prodotti confezionati, e ancor meno su alimenti “pronti” generici, peraltro osservazionali (Fiolet 2018), con le notevoli limitazioni che hanno questo genere di lavori. C’è però una eccezionale concordia in tutti dati reperibili, cosa che avvalora la credibilità dei dati.
2.4 Le carni
Sulle carni (specie “rosse”) da anni si pubblicano dati che indicano un potenziale effetto cancerogeno, l’attenzione è rivolta specificamente al tipo di trattamento che queste carni subiscono, sia in fase di conservazione che di preparazione che di cottura. Va precisato che si tratta quasi sempre di studi osservazionali con le già riferite limitazioni.
Fin da circa 10anni fa’ sono stati ipotizzati una serie di possibili meccanismi che potrebbero spiegare il collegamento tra il consumo di carne e cancro al colon (Ferguson 2010). Tra questi, i più probabili sono l’elevato consumo di acidi grassi saturi, la produzione sostanze chimiche carcinogene, come le ammine eterocicliche (AE) e/o gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) che si formano durante alcuni tipi di cottura, la formazione dei composti nitrosi (NOC), sia all’interno della stessa carne, sotto forma di additivi conservanti, oppure attraverso altri metodi di conservazione (affumicatura),e l’effetto carcinogeno provocato dal ferro eme contenuto nella carne rossa.
Ad oggi, può emergere la presenza di un’associazione significativa sul piano statistico, ma non la definizione di rapporti di causa-effetto.
Le raccomandazioni attuali: esistono linee guida di diversi enti e paesi, che si esprimono nella stessa direzione, in termini di imitazione e non di abolizione. Gli USA consigliano di stare sotti i 700g di carni la settimana, La Gran Bretagna limita il consumo a 70g al giorno. Il WCRF (WCRF 2019) precisa invece che il consumo generale va limitato (senza precisare quantità) ma va posta particolare attenzione al tipo di trattamento. In Italia si arriva a suggerire nel 2014, il tetto di 150g la settimana, indicazione non supportata da alcuno studio causa-effetto. Va detto che tale indicazione fu molto condizionata dalle convinzioni (non verificate e non condivise dalla comunità scientifica mondiale) dell’allora direttore dello IEO (prof Veronesi), questo potrebbe spiegare la grande differenza tra le linee guida mondiali e quelle italiane.
Un recente documento (Johnston 2019) raccoglie i dati mondiali e ne fa una approfondita e documentatissima analisi concludendo per una necessaria moderazione, ma escludendo vie drastiche o la necessità della rinuncia alle carni.
2.5 Gli zuccheri semplici e raffinati
Si tratta certamente degli alimenti più dannosi che ci siano.
Il meccanismo “insulina-infiammazione” si esplicita con questi cibi nel suo massimo modo. Si aggiunga poi che il metabolismo delle cellule cancerose è prettamente glucidico, questi cibi le nutrono in modo specifico (Tanasova 2018). Mentre per altri alimenti è saggio indicare una saggia amministrazione, in questo caso è meglio farne un uso sporadico (Boroughs 2015).
Del tutto falsa la convinzione che i dolcificanti o lo zucchero integrale, possano evitare il possibile effetto dannoso del saccarosio, sembra decaduto il sospetto di cancerogenicità degli edulcoranti non calorici (Mallikarjum 2015), ma di sicuro rimane l’effetto insulino-stimolante con le già citate conseguenze, per il coinvolgimento dei “recettori del gusto” buccali (Liu 2016). La presenza di un sapore dolce in bocca, provoca secrezione insulinica, anche a zero calorie. Questa vasta categoria di alimenti: i dolci, non ha attenuanti, dovrebbe essere la meno consumata in assoluto, e in soggetti con ipotesi di predisposizione genetica ai tumori, sarebbe opportuno abolirla del tutto.
2.6 L’alcol
L’effetto dannoso dell’alcol si esprime più specificatamente sulla capacità antiossidante mitocondriale. La biochimica del suo ruolo cancerogenetico è ormai chiara (Dumitrescu 2018) e coinvolge i raffinati meccanismi di gestione dei radicali liberi. Rimane da chiarire come mai solo alcuni tipi di tumore siano ad oggi correlati all’alcol, e non tutti, questo rimane un aspetto da chiarire (Golan 2019). Nemmeno la birra è assolta, fin dalla fine degli anni ’90 si scrive del suo potenziale effetto carcinogenetico, conferme circostanziate in revisioni degli ultimi anni (Arranz 2012). Certo di tratta di dosaggi, le piccole razioni non hanno effetto, ma nessuno ha mai scritto che ci possano essere effetti benefici (Boffetta 2006).
3 False notizie
Il latte non ha alcun ruolo negativo, il dubbio venne posto per la presenza di tracce di IGF-1 nel latte, l’ipotesi che l’effetto anabolizzante potesse riguardare la crescita tumorale è stata definitivamente negata (Thornig 2016). Il fruttosio è molto peggiore del saccarosio come edulcorante (Charrez 2015), usatissimo in molte preparazioni etichettate come “senza zucchero” ha un effetto decisamente peggiorativo. Non esistono cibi che proteggono dal cancro, il commercio propone diversi prodotti, ma nessuno ha la dovuta validazione.
4 Il ruolo dell’esercizio fisico
Non si può mai ed in nessun caso discutere di nutrizione senza considerare l’esercizio fisico. E’ ormai immensa la mole di articoli che confermano il ruolo protettivo e addirittura terapeutico dell’esercizio fisico. Sebbene questo aspetto non sia oggetto di questo articolo, è necessario citarne la rilevanza ed importanza (Kohler 2016).
5. Conclusioni
Sarebbe un grave errore affidare alla nutrizione colpe cancerogene esclusive. La percentuale di ingerenza della nutrizione riguardo il cancro è assai variabile secondo tipo di tumore, in una specie di sinergia con altri aspetti, primo tra tutti quello genetico. Il livello di attenzione deve quindi variare in funzione della familiarità, può essere basso, ma dev’esser altissimo in determinati soggetti. Ogni operatore sanitario e ogni educatore, dovrebbe conoscere elementi di base affinché nessuno possa dire “non lo sapevo”.