Questo articolo illustra un caso di frattura vertebrale in un paziente settantenne durante una postura di yoga in iperestensione del rachide. Sottolinea l'importanza di un controllo costante da parte di istruttori qualificati per ridurre il rischio di lesioni, senza compromettere i benefici salutistici ed emotivi dello yoga.
Introduzione
Lo yoga, correlato a filosofie idealmente congiungenti salute fisica e mentale, era stato tramandato, in principio, solo oralmente. I primi testi comparvero nel IX secolo a.C. Nel 1893, a partire dalle discussioni condotte in seno al “Parlamento mondiale delle religioni” (Chicago), iniziò la pratica moderna, diffusasi poi in Occidente. Si è soliti suddividere le tradizioni yoga (Figura 1 & Figura 2) in Hata (posizioni dinamiche volte al condizionamento mentale) e in Kundalini (tecniche di respirazione e movimenti ripetitivi con la finalità di attivare e canalizzare l’energia). Negli stili contemporanei (Power Yoga), ove la parte fisica prevale su quella prettamente psico-mentale-emozionale, la presenza di posture impegnative e vigorose induce cautela, attenzione e spesso controindicazione in alcune categorie di soggetti (Stipo, 2015).
Trattasi, comunque, di una pratica solitamente sicura e in costante aumento, visto anche il non trascurabile aspetto legato alla prevenzione di fratture (Sinaki, 2013). Spesso, tuttavia, l’utilizzo indiscriminato, trascurando cioè sia l’individuo nella sua complessa eterogeneità sia le necessarie valutazioni preventive (Sfeir et al., 2018), determina spiacevoli e onerosi inconvenienti. Precisamente, si facilita l’incremento di eventi traumatici - che spaziano in un ampio range di gravità, ovvero dalla distorsione alla frattura - precipuamente in quei soggetti affetti da fragilità ossea (Sfeir et al., 2018). Dalla fine degli anni ’60, la letteratura medica si è interessata alle problematiche yoga-correlate, caratterizzate, peraltro, da un’incidenza assai variabile: se un allievo (su cinque) contrarrà una lesione acuta, solo un soggetto (su dieci) lamenterà effetti residui cronici a carattere muscolo-scheletrico, come lombalgie, postumi distrattivi e fratturativi (Swain & McGwin, 2016).
Di seguito, si riporta il caso di una frattura lombare, insorta in un paziente di 71 anni intento ad assumere una posizione in flesso-estensione.
Caso clinico
G. M. è un soggetto di sesso maschile, in buone condizioni di salute. La visita anamnestica esclude l’assunzione di farmaci. Durante una seduta di yoga, in quella che viene definita “postura del cobra”, o Bhujangasana (Figura 3 & Figura 4), il novello praticante accusa, mentre ritorna in posizione di partenza, un vivo dolore lombare, esacerbato nei giorni seguenti. La visita ortopedica, comprensiva di esame radiografico, riferisce di un cedimento delle limitanti superiori L1 e L4. La terapia prescritta è di natura conservativa, con busto a tre punti, da mantenere in posizione eretta o seduta, assieme all’eventuale utilizzo di analgesici. Nella prima settimana, si ricorre altresì a una breve terapia eparinica. Dai controlli clinico-radiografici, eseguiti a cadenza mensile, la lesione appare stabile dopo appena 50 giorni, con iniziali aspetti riparativi sempre in progressione, come riferiscono le radiografie successive. Dal punto di vista del dolore, il miglioramento si evidenzia alla “Numeric Pain Rating Scale”: decorsi 4 mesi dal trauma, l’iniziale valore di 7 scende a quello di 4, sino a un rassicurante residuo 1 finale. La rimozione del busto, e l’evidenza della guarigione ossea, consente l’inizio della fase riabilitativa. A 6 mesi dal trauma, il paziente riprende le normali attività quotidiane e, vista l’età e la lesività correlata a un trauma minore, aderisce a un programma di screening al fine di valutare la fragilità ossea. Si è trattata farmacologicamente una ipovitaminosi D (unica evidenza agli esami ematochimici). Il paziente preferisce proseguire altrove, considerati i problemi logistici, gli ulteriori accertamenti relativi al quadro porotico.
Discussione
I traumi yoga-correlati, riconducibili a vari fattori (su tutti, gli aspetti posturali legati all’assetto psicofisico del soggetto, ovvero stile, background motorio e mantenimento di posture corrette), si ascrivono non solamente a eventi acuti ma finanche a evoluzioni croniche su dinamiche errate. Lesioni importanti, assai rare, si alternano più frequentemente a distorsioni, lussazioni e, in misura minore, a fratture (Moriarity, Ellanti & Hogan, 2015; Lee, Huntoon & Sinaki, 2019).
Le localizzazioni appaiono comunemente a livello lombare, sacro-iliaco e degli arti inferiori (Swain & McGwin, 2016). Si osservano lesioni tendinee, cartilaginee (Le Corroller, 2012), eventi vascolari (Nayar et al., 2022) nonché erniari (Chaurasia & Rauniyar, 2013). Nei soggetti porotici, e in quelli sopra i 65 anni di età, il rischio di patologia risulta maggiore (McArthur, Laprade & Giangregorio, 2016). Nei due sessi, l’incidenza è la medesima: 1% ogni 1000 ore di attività. Le lesioni si presentano quasi esclusivamente a seguito di circa 7/8 anni di pratica (Paul, 2007). Meno del 50% dei pazienti recupera entro le 6 settimane, mentre 1 soggetto su 4 impiega fino a un anno. La guarigione avviene in 3 casi su 4 in lesioni acute, ma solo in 1 caso su 2 in quelle croniche (Cramer et al., 2019). Nel 4% dei casi, comunque, non si osserva miglioramento nel tempo (Cramer et al., 2019).
L’argomento “postura” è di stringente attualità. La relativa pericolosità si correla al tipo di yoga e a indicazioni precocemente estremizzate di posizioni dal difficile controllo posturale (Hebling et al., 2017). Per quanto attiene al primo aspetto, il tasso maggiore di eventi lesivi si rileva in “Yoga secondo Swami Sivananda" e in “Power Yoga”, dove è prevista un’alta richiesta funzionale (Cramer et al., 2019).
Nei pazienti fragili, si caldeggia la pratica di Viniyoga e Kundalini poiché i movimenti caratteristici non registrano pose innaturali. In relazione al secondo aspetto, invece, si ricorda come la verticale sulla testa, la mobilizzazione sul piano coronale e sagittale (Kim et al., 2022) e le dinamiche in rotazione della colonna vertebrale (Sinaki, 2013)
Nel corso di una sessione ginnica, si consiglia di limitare l’ampiezza dei movimenti di cui sopra (e non di rifuggirne in toto). Se contenuti e ben eseguiti, comunque, gli stessi non sembrano incidere sulla lesività (Norlyk Smith & Boser, 2013). Lo stesso dicasi per la durata dell’esercizio (Norlyk Smith & Boser, 2013). I provvedimenti, atti a ridurre stress articolari e muscolo-tendinei, implicano sempre correzioni posturali e interventi preventivi e riabilitativi. Tra questi si ricordano, oltre al coordinamento dei movimenti e al rilassamento muscolare, la gestione del basculamento pelvico (riduzione di tensioni muscolo-scheletriche ponendo in retroversione il bacino) e il controllo della postura del capo (se flesso, genera contrattura). Infine, non vanno sottaciuti gli aspetti legati alle componenti viscerali e toraco-addomino-pelviche, così come l’azione del m. ileo-psoas, in grado - quest’ultimo - di modificare la fisiologica curvatura lombare.
Nel caso clinico, il rachide è sottoposto a un rapido stress sagittale di entità massimale. Pur se non sempre prevedibile, in relazione all’atto estensivo, la frattura in compressione risulta originata verosimilmente in seguito a un movimento effettuato in maniera non graduale e su un soma di per sé fragile e ripetutamente sollecitato.
Conclusioni
La letteratura scientifica ha acquisito un consenso generale sui benefici ossei e sulla cinetica articolare dello yoga (Norlyk Smith & Boser, 2013; Sinaki, 2013; Kim et al., 2022). Per quanto attiene la qualità di vita, i pareri sono contrastanti (Norlyk Smith & Boser, 2013; Kim et al., 2022): l’attività sembrerebbe aumentare l’evenienza di traumi (Swain & McGwin, 2016), sebbene i rischi assumano scarsa rilevanza (Wiese et al., 2019) se confrontati con quelli di una vita normale (Cramer, Ostermann & Dobos, 2018) e, comunque, in misura minore di quelli sportivi (Paul, 2007).
Si rende necessario selezionare i casi (Kunutsor et al., 2018; Sfeir et al., 2018; Cramer et al., 2019; Kim et al., 2022) al fine di ridurre il rischio di lesione (Sinaki, 2013) e prevedere programmi personalizzati (Paul, 2007), in posizioni eseguite correttamente e favorenti il rinforzo muscolare, l’equilibrio e la coordinazione in un range articolare tollerato (Carlson, 2011; Mulcahey, 2020).
Il tutto, senza dimenticare l’esistenza di un margine di imprevedibilità e di casualità. La presenza di un istruttore preparato e qualificato (Swain & McGwin, 2016) consentirà l’apprendimento e l’adeguata coordinazione di nuovi movimenti, attraverso una pianificazione graduale, ricalibrando eventualmente l’assetto della catena statico-cinetica a partire dalla “basculla pelvica” (Siffredi, 2003). In attesa di ulteriori contributi e approfondimenti, in una visione popperiana del progresso scientifico, la costante e mai sopita interazione docente/discente permetterà di ridurre considerevolmente il rischio di infortuni (Cramer et al., 2019).
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