Questo articolo esplora un caso di frattura vertebrale correlata alla pratica dello yoga, evidenziando come posture impegnative possano portare a lesioni, specialmente in individui con fragilità ossea. Viene sottolineata l'importanza di valutazioni preventive per evitare traumi, suggerendo pratiche yoga più sicure per soggetti a rischio.
Introduzione
Lo yoga, correlato a filosofie idealmente congiungenti salute fisica e mentale, era stato tramandato, in principio, solo oralmente. I primi testi comparvero nel IX secolo a.C. Nel 1893, a partire dalle discussioni condotte in seno al “Parlamento mondiale delle religioni” (Chicago), iniziò la pratica moderna, diffusasi poi in Occidente. Si è soliti suddividere le tradizioni yoga in Hata (posizioni dinamiche volte al condizionamento mentale) e in Kundalini (tecniche di respirazione e movimenti ripetitivi con la finalità di attivare e canalizzare l’energia). Negli stili contemporanei (Power Yoga), ove la parte fisica prevale su quella prettamente psico-mentale-emozionale, la presenza di posture impegnative e vigorose induce cautela, attenzione e spesso controindicazione in alcune categorie di soggetti1.
Trattasi, comunque, di una pratica solitamente sicura e in costante aumento, visto anche il non trascurabile aspetto legato alla prevenzione di fratture2. Spesso, tuttavia, l’utilizzo indiscriminato, trascurando cioè sia l’individuo nella sua complessa eterogeneità sia le necessarie valutazioni preventive3, determina spiacevoli e onerosi inconvenienti. Precisamente, si facilita l’incremento di eventi traumatici - che spaziano in un ampio range di gravità, ovvero dalla distorsione alla frattura - precipuamente in quei soggetti affetti da fragilità ossea3.
Dalla fine degli anni ’60, la letteratura medica si è interessata alle problematiche yoga-correlate, caratterizzate, peraltro, da un’incidenza assai variabile: se un allievo (su cinque) contrarrà una lesione acuta, solo un soggetto (su dieci) lamenterà effetti residui cronici a carattere muscolo-scheletrico, come lombalgie, postumi distrattivi e fratturativi4.
Di seguito, si riporta il caso di una frattura lombare, insorta in un paziente di 71 anni intento ad assumere una posizione in flesso-estensione.
G. M. è un soggetto di sesso maschile, in buone condizioni di salute. La visita anamnestica esclude l’assunzione di farmaci. Durante una seduta di yoga, in quella che viene definita “postura del cobra”, o Bhujangasana (Figura 3 & Figura 4), il novello praticante accusa, mentre ritorna in posizione di partenza, un vivo dolore lombare, esacerbato nei giorni seguenti. La visita ortopedica, comprensiva di esame radiografico, riferisce di un cedimento delle limitanti superiori a L1 e L4. La terapia prescritta è di natura conservativa, con busto a tre punti, da mantenere in posizione eretta o seduta, assieme all’eventuale utilizzo di analgesici. Nella prima settimana, si ricorre altresì a una breve terapia eparinica. Dai controlli clinico-radiografici, eseguiti a cadenza mensile, la lesione appare stabile dopo appena 50 giorni, con iniziali aspetti riparativi sempre in progressione, come riferiscono le radiografie successive. Dal punto di vista del dolore, il miglioramento si evidenzia alla “Numeric Pain Rating Scale”: decorsi 4 mesi dal trauma, l’iniziale valore di 7 scende a quello di 4, sino a un rassicurante residuo finale. La rimozione del busto, e l’evidenza della guarigione ossea, consente l’inizio della fase riabilitativa. A 6 mesi dal trauma, il paziente riprende le normali attività quotidiane e, vista l’età e la lesività correlata a un trauma minore, aderisce a un programma di screening al fine di valutare la fragilità ossea. Si è trattata farmacologicamente una ipovitaminosi D (unica evidenza agli esami ematochimici). Il paziente preferisce proseguire altrove, considerati i problemi logistici, gli ulteriori accertamenti relativi al quadro porotico.
Discussione
I traumi yoga-correlati, riconducibili a vari fattori (su tutti, gli aspetti posturali legati all’assetto psicofisico del soggetto, ovvero stile, background motorio e mantenimento di posture corrette), si ascrivono non solamente a eventi acuti, ma finanche a evoluzioni croniche su dinamiche errate. Lesioni importanti, assai rare, si alternano più frequentemente a distorsioni, lussazioni e, in misura minore, a fratture5. Le localizzazioni appaiono comunemente a livello lombare, sacro-iliaco e degli arti inferiori4.
Questo articolo propone che, sebbene lo yoga sia noto per i suoi benefici sulla salute, la pratica non controllata può portare a lesioni, specialmente a livello muscolo-scheletrico. È essenziale un monitoraggio costante da parte di istruttori qualificati per ridurre i rischi senza compromettere i benefici emotivi e fisici.
Se contenuti e ben eseguiti, comunque, gli stessi non sembrano incidere sulla lesività18. Lo stesso dicasi per la durata dell’esercizio18. I provvedimenti, atti a ridurre stress articolari e muscolo-tendinei, implicano sempre correzioni posturali e interventi preventivi e riabilitativi. Tra questi si ricordano, oltre al coordinamento dei movimenti e al rilassamento muscolare, la gestione del basculamento pelvico (riduzione di tensioni muscolo-scheletriche ponendo in retroversione il bacino) e il controllo della postura del capo (se flesso, genera contrattura).
Infine, non vanno sottaciuti gli aspetti legati alle componenti viscerali e toraco-addomino-pelviche, così come l’azione del m. ileo psoas, in grado - quest’ultimo - di modificare la fisiologica curvatura lombare. Nel caso clinico, il rachide è sottoposto a un rapido stress sagittale di entità massimale. Pur se non sempre prevedibile, in relazione all’atto estensivo, la frattura in compressione risulta originata verosimilmente in seguito a un movimento effettuato in maniera non graduale e su un soma di per sé fragile e ripetutamente sollecitato.
Conclusioni
La letteratura scientifica ha acquisito un consenso generale sui benefici ossei e sulla cinetica articolare dello yoga18, 24, 9. Per quanto attiene la qualità di vita, i pareri sono contrastanti18, 9: l’attività sembrerebbe aumentare l’evenienza di traumi26, sebbene i rischi assumano scarsa rilevanza27 se confrontati con quelli di una vita normale5 e, comunque, in misura minore di quelli sportivi19.
Si rende necessario selezionare i casi11, 22, 6, 9 al fine di ridurre il rischio di lesione24 e prevedere programmi personalizzati19, in posizioni eseguite correttamente e favorenti il rinforzo muscolare, l’equilibrio e la coordinazione in un range articolare tollerato1, 16. Il tutto, senza dimenticare l’esistenza di un margine di imprevedibilità e di casualità.
La presenza di un istruttore preparato e qualificato26 consentirà l’apprendimento e l’adeguata coordinazione di nuovi movimenti, attraverso una pianificazione graduale, ricalibrando eventualmente l’assetto della catena statico-cinetica a partire dalla “bascula pelvica”23. In attesa di ulteriori contributi e approfondimenti, in una visione popperiana del progresso scientifico, la costante e mai sopita interazione docente/discente permetterà di ridurre considerevolmente il rischio di infortuni6.
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