L'articolo esplora l'importanza dello sport nell'educazione giovanile, sottolineando come le attività sportive scolastiche possano rivelare le attitudini degli studenti e guidarli verso sport adatti. Propone di ripristinare programmi sportivi scolastici completi, con un focus sull'atletica leggera come disciplina fondamentale, per bilanciare l'educazione accademica e pratica.
Le riflessioni che seguono sono quelle di un docente di educazione fisica che ha prestato servizio nella scuola secondaria di 1° grado per 42 anni e 11 mesi, allenatore specialista di atletica leggera e docente incaricato presso l’I.S.E.F., prima, e Scienze Motorie dopo. Dagli anni ’80 ad oggi si sono verificati dei cambiamenti sociali talmente rapidi e radicali, che hanno portato a differenti situazioni relazionali, educative, sia come genitori che come insegnanti e allenatori, per cui le osservazioni che seguono sono tendenti a dare suggerimenti sulla base di esperienze vissute, attuali e proiettate nel futuro. È probabile che vi siano punti di vista differenti, tuttavia le argomentazioni si basano su fatti concreti e sono dirette a dare indicazioni utili per un unico solo obiettivo: educare i giovani. Quando capita di affrontare queste tematiche con la classe dirigente o politica, si ha l’impressione che non si dia il giusto peso all’argomento, o meglio, che non si affronti a 360 gradi; la speranza è che questi concetti possano far riflettere gli addetti ai lavori e coloro i quali decidono sulle progettualità e i programmi.
Attività sportive scolastiche
L’avviamento allo sport è avvenuto da sempre attraverso la scuola, con la partecipazione ai campionati studenteschi. Ai docenti di educazione fisica è demandato il compito di svolgere le attività sportive scolastiche nelle ore pomeridiane. Dal 2011, si è assistito ad un taglio delle risorse economiche destinate all’avviamento allo sport scolastico, con una conseguente riduzione delle attività in favore dei ragazzi e ragazze nelle scuole, che andavano invece privilegiate per colmare le carenze di movimento dovute alla sedentarietà in età giovanile, con più tempo trascorso in casa con i social media, computer, videogame, telefoni cellulari, a sfavore delle abilità motorie di base, un tempo spontaneamente sviluppate con i giochi liberi all’aria aperta. Attualmente chi vuole fare sport si rivolge alle associazioni sportive; questo accadeva anche prima, ma soltanto dopo che la scuola - attraverso le attività sportive scolastiche - aveva rivelato le attitudini degli studenti e studentesse e favorito il corretto indirizzamento degli stessi agli sport a loro più affini.
Occorre ricordare che da sempre, sia nei programmi ministeriali, sia nelle nuove indicazioni nazionali per il curricolo del 1° ciclo d’istruzione, è affidato agli insegnanti il compito di valorizzare le potenzialità, le predisposizioni e le attitudini degli studenti in campo linguistico, matematico, artistico, tecnologico e sportivo.
Si prenda ad esempio l’atletica: come si fa a capire se uno studente è portato per le corse veloci, o ad ostacoli, o per il mezzofondo e marcia, o per i salti o lanci, se non conoscendole e iniziando a praticarle? Avviando le attività nelle ore curriculari, i docenti possono notare i ragazzi che presentano particolari predisposizioni ed invitarli agli allenamenti pomeridiani, senza escludere ovviamente anche i meno dotati.
Era questo il principale scopo dell’attività sportiva scolastica di una volta, proiettata ai campionati studenteschi e i risultati non mancavano: le esperienze relazionali ed educative che i ragazzi vivevano non le dimenticavano più. Adesso in buona parte sono i genitori che, rendendosi conto della sedentarietà, pur di allontanarli dai comuni mass media scelgono di mandare i propri figli in palestra o al campo per frequentare uno sport che magari hanno scelto per loro. Cosa accade spesso? Alle prime lezioni i bambini e i ragazzi partecipano volentieri, perché rappresentano per loro una novità, ma poi si annoiano, poiché non rientra nelle loro attese o perché si sentono poco portati, frequentando mal volentieri fino alla perdita di interesse ed al conseguente abbandono. L’unica nota positiva è rappresentata dal fatto che comunque hanno realizzato, anche se temporaneamente, un’esperienza motoria nuova, seppur non finalizzata.
Ritornando all’atletica, per documentare come i livelli si sono abbassati rispetto al passato, basta confrontare i risultati e le graduatorie di tutte le specialità degli anni ’70 - ’80 - ‘90 con quelli di oggi. Senza farsi ingannare dai soli risultati di vertice dei campionati nazionali ed internazionali - che tendono ad essere fisiologicamente migliorati/superati nel tempo in ragione della competitività e dei progressi scientifici e metodologici dell’allenamento – nell’ambito dei Campionati regionali si assiste a dinamiche differenti con un abbassamento dei livelli tecnici e prestazionali.
Venendo ai nostri giorni, la promozione sportiva scolastica risulta ridimensionata e avviene mediamente con i progetti promossi dal MIM, CONI, Sport e salute, Regioni e Federazioni. Senza entrare troppo nei particolari, i tecnici nominati dalle Federazioni affiancano i docenti di educazione fisica in un numero abbastanza ristretto di ore sulle discipline sportive scelte dalle scuole. Con quale finalità? Promuovere i vari sport, che gli studenti eventualmente decideranno di praticare successivamente con le Associazioni sportive. Non vi è dubbio che ciò costituisca per le stesse Associazioni motivo di “sopravvivenza”, giacché è ridotta l’attività dei Campionati studenteschi; se da un lato ne consegue un risparmio economico da parte del compente Ministero, dall’altro subentra la necessità da parte delle Federazioni sportive di dover promuovere e selezionare gli atleti. Inoltre, atteso che ai progetti partecipano solo parte delle classi dell’istituto, tra gli esclusi potrebbero esserci ragazzi potenzialmente validi o altri con problematiche in ambito familiare, che avrebbero magari bisogno di essere accolti in un contesto sportivo.
Un altro aspetto di riflessione è dato dal fatto che le attività didattiche si realizzano quando si presenta la disponibilità del tecnico predisposto, non sempre rispettando la programmazione didattica delle singole scuole, sebbene ne derivi comunque un arricchimento motorio da parte dei ragazzi ed un aggiornamento tecnico per i docenti. Vale la pena, però, sottolineare che da due anni sono finalmente approdati anche nella scuola primaria i laureati in Scienze Motorie, novità che si attendeva da decenni, giunta con ritardo rispetto agli altri Stati europei. In termini di avviamento allo sport è ampiamente riconosciuto che è nel periodo della scuola primaria che si creano le basi per una crescita equilibrata di tutte le capacità e abilità motorie (concetto valido per tutte le discipline), che troveranno maggiore sviluppo durante il periodo successivo nella scuola secondaria di 1° e 2° grado. Sarà probabilmente risultato utile a tal fine, il progetto di alfabetizzazione motoria del C.O.N.I. per la scuola primaria, realizzato qualche anno fa.
A tal proposito, per l’importanza della disciplina, la storia ci racconta che fu Francesco De Sanctis - un letterato, saggista e studioso di storia della letteratura - a convincere (impresa non facile) il neo-parlamento italiano del 1861 ad includere l’educazione fisica tra le materie d’insegnamento nella scuola dell’obbligo, concepita come materia atta a favorire la “formazione integrale della persona”, che lui amava definire: educazione fisica, fondamento di libertà.
La proposta pratica: sarebbe opportuno riflettere sull’importanza di riprendere l’attività dei Campionati Studenteschi, con la disponibilità dei docenti di educazione fisica a svolgere le sei ore settimanali di avviamento alla pratica sportiva, privilegiando l’attività di classe, d’interclasse e d’istituto (monitorate e controllate). L’atletica leggera andrebbe resa disciplina obbligatoria, poiché è noto a tutti che, gli schemi motori di base che si sviluppano, ovvero il correre, il saltare e lanciare attraverso le loro evoluzioni, vale a dire la velocità, la resistenza, la forza
veloce di salto e di lancio, sono indubbiamente importanti per tutti gli sport. Sarebbe opportuno altresì che la realizzazione pratica avvenisse attraverso le “prove multiple”.
La fase provinciale diventerebbe poco rilevante e considerata solo partecipazione di rappresentanza se realizzata a livello individuale; sarebbe opportuno, invece, partecipare con le migliori classi dell’istituto. La nota tecnica e didattica importante è che le attività curriculari sono collegate con quelle pomeridiane, in quanto si parte proprio dalla progettazione delle unità di apprendimento, per passare alle attività sportive extracurriculari. I progetti del Ministero, Sport e Salute, Regioni e Federazioni che ora operano, non vanno annullati, anzi costituirebbero un “valore aggiunto” e di qualità se meglio coordinato nei tempi e nei modi. È indubbiamente non semplice a causa delle sempre precarie risorse economiche per tale programma (che, come già detto, hanno subito una drastica riduzione 12 anni fa), eppure le attività motorie e sportive muovono anche quelle educative, di cui i ragazzi hanno tanto bisogno. Del resto i giovani sono la “cosa” più preziosa!
Altro tema importante è la formazione e l’aggiornamento dei docenti di educazione fisica. Agli insegnanti è richiesto il titolo di Laurea in Scienze Motorie (ex diploma I.S.E.F.), ma occorre analizzare la preparazione dei docenti e l’acquisizione delle competenze assunte durante il corso di studi. La situazione al momento è la seguente: il piano di studi è sbilanciato sulle materie teoriche a discapito di quelle pratiche, in quanto sono aumentate le ore d’insegnamento di anatomia, fisiologia, pedagogia, medicina dello sport, psicologia, biochimica, igiene, ecc., e diminuite le ore per le materie pratiche, con la conseguenza che il sapere risulta poco declinato nel saper fare. Nel precedente programma I.S.E.F., erano presenti quasi tutte le stesse materie teoriche, con un “peso” minore, a favore delle materie pratiche come: ginnastica educativa, giochi per l’infanzia, atletica, nuoto, giochi sportivi (pallavolo-pallacanestro), ginnastica e attrezzistica. Ognuna di queste materie era insegnata settimanalmente per l’intero anno accademico, col risultato di passare dal sapere al saper fare. I diplomati ISEF sapevano come affrontare l’insegnamento scolastico ed applicare i propedeutici e le progressioni didattiche per l’apprendimento dei fondamentali delle discipline sportive, come dice Maria Montessori: “Per educare bisogna essere educati”.
Per ottimizzare il percorso di studio sarebbe utile diminuire “il carico” delle materie teoriche ed aumentare quelle pratiche, consentendo ai laureati in Scienze Motorie di diventare più competenti nel saper insegnare. Qualcuno potrà obiettare affermando che sono previsti i tirocini nel percorso di studi universitari, e che rappresentano un’ottima opportunità per gli studenti, ma potrebbero raggiungere validi risultati se gli studenti avessero gli “strumenti” per affrontarli. Attualmente i laureati che migliorano professionalmente sono quelli che frequentano successivamente i corsi di approfondimento e, in ambito sportivo, quelli che conseguono i titoli di tecnici, ma restano sono una minoranza.
Occuparsi dell’aspetto educativo nelle situazioni sociali che si stanno attraversando, è un argomento che interessa tutti, sono cambiati molto i modelli educativi di una volta: i giovani di oggi sono poco abituati al sacrificio e all’autonomia. La generazione attuale molto spesso si sostituisce ai figli per risolvere i problemi, dando loro anche le cose che non sono necessarie, se non addirittura superflue.. Nell’educazione di una volta i genitori erano i primi a dare l’esempio, non facevano mancare comunque nulla, ma si dava ai figli solo quello che occorreva, il resto andava “conquistato” autonomamente; anche il “no” e la “punizione” avevano funzioni educative, poiché serviva ad avere i punti di riferimento.
L’argomento è ampio ed articolato, tuttavia si può essere concordi che il movimento e l’attività sportiva scolastica ed extrascolastica, assumono un ruolo importante nella formazione giovanile, poiché contribuiscono all’educazione della persona: le cose che s’imparano diventano “competenze” (sapere, saper fare, saper essere) e il comportamento è frutto di un agire consapevole. L’attività motoria e sportiva consente di prevenire le situazioni di disagio e in tanti casi di dare un’alternativa ai pericoli della strada, oltre a contribuire a “stare bene con se stessi”. Le esperienze che si vivono durante gli allenamenti e le competizioni servono a migliorare i propri livelli di autostima, ad avere sane abitudini alimentari e di movimento e a vivere positivamente le esperienze cognitive, sociali, culturali e affettive. È lo sport che insegna a controllare le proprie emozioni, a saper apprezzare i momenti di successo e a saper accettare le sconfitte, a saper rispettare gli altri e le regole, ad assumere, quando occorre, spirito di cooperazione e di solidarietà. I ragazzi che fanno sport hanno la possibilità di sapersi valutare e il miglioramento dei loro livelli di capacità e abilità, frutto di un impegno costante, danno un senso all’incremento della propria prestazione e alla gratificazione personale.
Per concludere (come da indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione): l’attivita’ sportiva promuove il rispetto di regole concordate e condivise e i valori etici che sono alla base della convivenza civile. Occorre essere impegnati a trasmettere e a far vivere ai ragazzi i principi di una cultura sportiva portatrice di rispetto per sè e per l’avversario, di lealtà, di senso di appartenenza e di responsabilità, di controllo dell’aggressività, di negazione di qualunque forma di violenza.
Prof. Carmine Ricci