Questo articolo propone strategie alimentari e di stile di vita per prevenire disagi nella fase adulta e anziana. Sottolinea l'importanza di un corretto apporto nutrizionale per contrastare la malnutrizione e i suoi effetti negativi, come l'obesità e le problematiche cardio-metaboliche. Inoltre, evidenzia come l'invecchiamento influisca sull'efficienza dei processi biologici, richiedendo adattamenti dietetici specifici.
Introduzione
In linea di principio, le regole base per la sana alimentazione in età anziana non differiscono molto da quelle tipiche di un adulto anzi, quanto prima si procede con un regime corretto, tanto più si potranno prevenire eventuali disagi. Tuttavia è da considerare che, col trascorrere degli anni, alcuni processi si modificano, alcuni altri divengono meno efficaci ed è quindi utile strutturare idonee strategie preventive.
Ad esempio, lo stimolo della sete diviene progressivamente meno presente ed è quindi opportuno valutare delle strategie di idratazione che superino la stringente e mera abitudine a bere per assecondare uno stimolo. Accanto a situazioni di più immediata intuizione ve ne sono altre più complesse, come ad esempio la minore efficienza enzimatica che porta alla sintesi di EPA (acido eicosapentanoico) e DHA (acido decosaesanoico), partendo da ALA (acido alfa-linolenico). ALA, EPA e DHA sono acidi grassi essenziali meglio noti come omega3. L’organismo sintetizza EPA e DHA partendo dall’acido alfa-linolenico (ALA) all’interno delle ghiandole sessuali e surrenali, nelle cellule cerebrali ecc., e la presenza di EPA e DHA è determinante tra l’altro anche per contrastare l’innalzamento del colesterolo ematico e delle LDL (lipoproteine a bassa densità). Il processo di invecchiamento riduce l’efficienza con la quale dal precursore ALA vengono sintetizzati EPA e DHA.
Metodi
Una condizione intestinale più difficoltosa può trarre beneficio da una alimentazione ricca di fibre, oltre che dalla corretta idratazione, che svolgono a cascata effetti positivi anche nel favorire l’eliminazione dei sali biliari e quindi indirettamente controllano i livelli di colesterolo ma, non meno importante, garantiscono l’efficienza del corredo microbico intestinale che concorre a limitare le condizioni infiammatorie, a proteggere dalla permeabilità intestinale, e a prevenire dall’insorgenza del cancro del colon.
In alcuni soggetti l’alterazione o la diminuzione del senso del gusto e dell’olfatto potrebbero comportare inappetenza, col rischio di una condizione di malnutrizione. Malnutrizione che rappresenta peraltro uno dei rischi più diffusi nell’età anziana, caratterizzata non solo da una riduzione nell’apporto di cibo ed energia, ma anche nella scelta di alimenti nutrizionalmente più poveri sotto il profilo dei micronutrienti (vitamine e sali minerali), o ricchi di grassi e sale (altro pericolo per l’ipertensione) e poveri in termini proteici.
Risultati
La malnutrizione rappresenta uno stato di alterazione funzionale, strutturale e di sviluppo dell’organismo conseguente alla discrepanza tra fabbisogni nutrizionali specifici e introito (o utilizzazione) di nutrienti essenziali e/o di energia (AMA, 1970). Le cause di malnutrizione nell’anziano sono differenti: possono prevalere condizioni di compromissione funzionale più o meno grave, sino a forme di disabilità; elementi socio-economici, come uno stato di sostanziale isolamento o solitudine o di indigenza; disturbi dell’umore; deficit cognitivi; tendenza alla monotonia alimentare; alterazione del senso del gusto.
Buona parte di questi fattori operano in un circolo vizioso poiché, ad esempio, il cibo e la corretta nutrizione agiscono nell’accelerare o nel contrastare anche alcuni processi di decadimento cognitivo, funzionale e gli stati psico-emotivi. Alla lista delle cause non mancano problemi di malassorbimento o difficoltà nella masticazione.
Discussione
Compete al personale sanitario la valutazione dell’eventuale stato di malnutrizione che può essere fatto mediante strumenti differenti, in primo luogo la valutazione del peso e della composizione corporea, valori ematochimici, ma anche dall’esame di idratazione della cute e delle mucose, dalla salute degli annessi cutanei, dalla valutazione del diario alimentare, e ogni altro strumento che il professionista riterrà di utilizzare.
Conclusioni
Se le linee guida generali non si modificano in modo significativo nelle varie classi d’età, incluse le fasce più giovani, e quindi l’invito a introdurre frutta, verdura, cibi integrali, carni e pesce magri, olio extravergine di oliva, riducendo cibi lavorati industrialmente, grassi animali, sale, zuccheri e prodotti raffinati, questo non significa che il fabbisogno energetico e di nutrienti resti altrettanto stabile. Al contrario si possono riscontrare modifiche anche nel passaggio dai 60-70 anni ad una età più avanzata. Ricordando sempre che una corretta alimentazione previene sia i principali rischi correlati ad un eccesso, che porta con sé anche una condizione proinfiammatoria con compromissione dei processi cognitivi e accelerazione dei processi neurodegenerativi, sia quelli legati a malnutrizione che riguardano non solo quanto sin qui già indicato, ma anche una compromissione del sistema immunitario.
Questo articolo propone un'analisi dettagliata del fabbisogno energetico e nutrizionale negli anziani, sottolineando l'importanza di adattare l'alimentazione e l'attività fisica alle specifiche condizioni di salute e di età. Viene evidenziato come l'attività fisica e una corretta nutrizione possano influenzare positivamente la composizione corporea e il metabolismo, contribuendo a un invecchiamento più sano.
Formule di riferimento per il calcolo del fabbisogno energetico
Le formule di riferimento per il calcolo del fabbisogno energetico medio legato al metabolismo basale sono le seguenti:
| Età | Uomini | Donne |
|---|---|---|
| Dai 60 ai 74 anni | 11,9 x Peso in kg + 700 | 9,2 x Peso in kg + 688 |
| Dopo i 74 anni | 8,4 x Peso in kg + 819 | 9,8 x Peso in kg + 624 |
L’elemento che più di tutti modula i fabbisogni nutrizionali è l’attività fisica, fattore che con l’alimentazione ha livelli di interferenza determinanti. L’attività fisica incide direttamente e significativamente sulla composizione corporea, e una maggiore presenza di massa muscolare è anche un fattore che incide sul fabbisogno energetico.
Facendo riferimento alle linee guida fornite dai LARN della Società Italiana di Nutrizione Umana e del Centro di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione, il fabbisogno calorico nell’anziano in buona salute e moderatamente attivo è valutabile intorno alle 25 kcal per kg di peso corporeo.
Questi valori, si ribadisce, sono sempre da prendere come indicativi e da adattare al soggetto perché condizioni patologiche, o al contrario la regolare attività fisica, l’impiego di farmaci, stati di sovrappeso o alterazione della composizione corporea, possono richiedere aggiustamenti anche particolarmente marcati in termini di incremento o decremento.
Per soggetti perlomeno entro i 70 anni, in buona salute, molto probabilmente tenere come riferimento i valori in termini di LAF riportati da McArdle potrebbe essere maggiormente aderente alla realtà dei fatti.
| Attività | Uomini | Donne |
|---|---|---|
| Sedentario | 1,274 | 1,179 |
| Leggermente attivo | 1,378 | 1,273 |
| Attivo | 1,482 | 1,3665 |
| Molto attivo | 1,578 | 1,460 |
Conoscendo con relativa precisione il numero di ore dedicate a ciascuna attività svolta nelle 24h dal soggetto è possibile utilizzare gli IEI (indici energetici integrati). In questo caso a ciascuna attività svolta corrisponde un valore di IEI per ora di tempo dedicata.
Occorrerà dapprima moltiplicare il valore IEI di ciascuna attività per le ore a essa dedicate. Al termine si somma il totale degli IEI e lo si divide per le 24h. Il valore che ne deriva sarà moltiplicato per il valore del metabolismo basale precedentemente calcolato, ottenendo il fabbisogno energetico totale per il soggetto.
Cosa mangiare: il giusto bilancio dei macronutrienti
Non meno importante è valutare il corretto apporto di nutrienti con l’alimentazione. Partendo dai macronutrienti l’accento principale è da porre sull’apporto proteico.
La componente muscolare è un parametro di fondamentale importanza da preservare in tutti i modi, inclusa una buona e costante dose di attività fisica e col supporto naturalmente della componente proteica che, ribadendo ancora una volta la necessità di adeguare quantità e fonti alle condizioni di salute individuali, non dovrebbe essere inferiore a 1,1 grammi per kg di peso corporeo.
I lipidi, come per altre fasce di età a dire il vero, dovrebbero rappresentare un valore compreso tra il 20% e il 35% dell’apporto calorico totale. Facendo molta attenzione a non eccedere con la presenza di grassi saturi la cui quota totale dovrebbe essere contenuta entro il 10% del totale.
Di grande importanza invece l’impiego di fonti di acidi grassi monoinsaturi, che possono rappresentare sino al 15% della quota totale, rappresentati dall’olio extravergine di oliva usato a crudo; e dai polinsaturi che possono coprire il restante 5%-10% per tramite di frutta secca, pesce azzurro, ecc.
Sebbene sia ormai noto che le condizioni di ipercolesterolemia hanno una stretta correlazione con condizioni di familiarità, in ogni caso una grande attenzione è da porre agli alimenti con elevata presenza di colesterolo, soprattutto in chi ha già valori significativi e/o è in trattamento farmacologico.
La quota di carboidrati da introdurre con l’alimentazione non è meno importante, neppure sotto il profilo delle fonti. La restante quota energetica, sottratto il 20%-35% di grassi e l’equivalente calorico proveniente dalle proteine, è da attribuire alle fonti glucidiche. Quindi i carboidrati copriranno verosimilmente il 50%-60% della quota calorica totale.
Questo articolo propone un approccio nutrizionale mirato per gli adulti e gli anziani, enfatizzando l'importanza di un corretto equilibrio tra omega3 e omega6, l'assunzione adeguata di fibre e vitamine, e la gestione dei macronutrienti per prevenire carenze e migliorare la salute generale. La dieta suggerita mira a supportare il metabolismo e la funzione immunitaria, riducendo i rischi associati all'invecchiamento.
Discussione
C'è infatti l'errata tendenza a ridurre in modo significativo la presenza di proteine negli adulti e anziani, ritenendo che il turnover proteico sia rallentato, o a causa di un costo degli alimenti proteici significativamente elevato. Omega3 ed omega6 dovrebbero inoltre non solo essere introdotti, ma occorrerebbe rispettare un rapporto ideale di assunzione compreso tra 4:1 e 10:1 in favore degli omega6, che quindi rappresentano la fonte d'elezione. Non da ultimo anche i legumi che sono un'ottima fonte proteica, glucidica e di fibre, e sono un alimento tra i più interessanti in assoluto anche per la capacità di apportare vitamine (soprattutto del gruppo B), e per la tendenza a non generare picchi glucidici.
Resta naturalmente da valutare la tollerabilità intestinale, sebbene si tratti di un parametro gradualmente migliorabile. Gli zuccheri devono rappresentare solo una quota marginale nel totale dei carboidrati introdotti, normalmente inferiore al 15% delle calorie totali, considerando tra questi anche quelle derivanti dalla frutta.
Conclusioni
Secondo la loro distribuzione percentuale, i minerali sono divisi in macrocostituenti, se rappresentano almeno lo 0,01% del peso corporeo totale, e microcostituenti, se rappresentano meno dello 0,01% del peso corporeo totale. Appartengono ai macrocostituenti: calcio, fosforo, sodio, potassio, cloro, magnesio e zolfo. Rientrano nel gruppo dei microcostituenti: ferro, zinco, rame, selenio, cromo, iodio, fluoro, manganese, molibdeno e cobalto.
Infine esiste una terza categoria di oligoelementi, definiti minerali traccia, per la loro scarsissima presenza nell'organismo e negli alimenti. I minerali traccia sono: vanadio, silicio, nichel, arsenico. I minerali sono implicati nella costituzione strutturale di enzimi, ormoni e vitamine, ma anche di segmenti anatomici più o meno voluminosi, come le ossa e i denti. Svolgono funzione di modulazione e trasporto, e sono direttamente implicati nel controllo della contrazione muscolare.
Il ferro ad esempio, fondamentale nei processi che regolano il trasporto di ossigeno, esiste in forme differenti con diversa biodisponibilità. Il grado di assimilazione mediante la dieta è differente a seconda del tipo di ferro contenuto negli alimenti, che può essere di tipo eme o di tipo non eme. Il ferro eme (forma ferrosa) è presente nella carne e nel pesce, la sua assimilazione è agevole e poco influenzata da altri alimenti, inoltre l'eventuale vitamina C (presente in alimenti introdotti contestualmente alla carne o al pesce) contribuisce a ottimizzare ulteriormente l'assorbimento del ferro.
Vi sono tuttavia alimenti che hanno caratteristiche opposte, possono cioè contrastarne l'assimilazione anche se proveniente da carne e pesce, si tratta del latte e dei suoi derivati (a causa del calcio), del tè e caffè (per via dei tannini), dei legumi e cereali integrali (per la grande presenza di fitati). Il ferro non eme è tipico dei vegetali (forma ferrica) è per natura meno biodisponibile, pertanto solo un piccolissimo quantitativo di quello introdotto viene assimilato.
Il ferro introdotto con la dieta è trasportato dalla transferrina nell'organismo e accumulato in sede epatica, dove può sfociare in ulcere, necrosi epatica e altre complicazioni se non gestito correttamente.
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