Questo articolo esplora le cause e le dinamiche dietro i frequenti infortuni al legamento crociato anteriore (LCA) negli atleti, analizzando i meccanismi di rottura e le sfide del recupero post-operatorio. Evidenzia l'importanza di un recupero ottimale per prevenire recidive e invita professionisti del settore a riflettere su approcci riabilitativi efficaci.
Introduzione
Il quesito espresso risulta essere molto frequente in quasi tutti i soggetti che si sottopongono, o che sono stati sottoposti, alla ricostruzione del legamento crociato anteriore. Generalmente ciò viene a manifestarsi per timore di una recidiva o per l’insicurezza causata da un recupero non ottimale per il ritorno sul campo, come purtroppo spesso accade ad atleti professionisti, nonostante vengano seguiti da équipe mediche, sanitarie e atletiche di primo livello.
Ma perché? Quali sono i motivi che spingono questi team di professionisti a far rientrare in campo precocemente i giocatori dopo un infortunio così grave come la rottura del legamento crociato anteriore? L’obiettivo di questo articolo risulta essere quello di informare i lettori su cosa la scienza ha evidenziato a proposito di questo frequentissimo infortunio sportivo e di invitare a spunti di riflessione tutti gli operatori medici, sanitari e sportivi che lavorano in sinergia per permettere un recupero completo ed ottimale dell’atleta.
Il legamento crociato anteriore, cenni di anatomia e funzioni
Andiamo con ordine partendo da una definizione anatomica e funzionale di legamento crociato anteriore. Il legamento crociato anteriore è uno dei quattro legamenti principali dell’articolazione del ginocchio, insieme al legamento crociato posteriore e ai legamenti collaterali mediale e laterale. È una struttura fibrosa multifascicolare che presenta due attacchi ossei, uno ad una fossa nella parte posteriore della superficie mediale del condilo femorale laterale e l’altro ad una fossa posta frontalmente e lateralmente alla spina tibiaea. Il LCA si sviluppa anteriormente, distalmente e medialmente attraverso l’articolazione del ginocchio, partendo dal femore e arrivando alla tibia.
A causa dell’orientamento dei due attacchi ossei il legamento gira su sé stesso formando una spirale. Nella flesso-estensione dell’articolazione l’orientamento è inoltre responsabile della tensione del legamento nel suo ROM (Range of motion). Il suo nome deriva dall’incrocio con il legamento crociato posteriore con riferimento alle loro inserzioni sulla tibia. All’interno del legamento crociato anteriore sono presenti dei meccanocettori che occupano circa il 3% del volume del tessuto. Le interazioni dei riflessi tra le afferenze del LCA e i muscoli del ginocchio conferiscono al legamento una funzionalità sensomotoria dell’articolazione.
Meccanismi di rottura del LCA
Discussa l’anatomia e le funzioni del legamento crociato anteriore procediamo all’analisi biomeccanica della rottura del legamento e ciò che la scienza è riuscita ad evidenziare. Quali sono i meccanismi di rottura del LCA? Da studi scientifici è emerso che i principali meccanismi di rottura del LCA in atleti maschi praticanti la disciplina sportiva del calcio sono tre, tutti indiretti e da non contatto. Nella maggior parte dei casi gli infortuni al ginocchio avvengono in situazioni difensive (circa il 77%) e in circa l’80% dei casi la rottura del LCA avviene da non contatto. Gli infortuni presi in analisi sono avvenuti nella maggior parte in condizioni climatiche asciutte e non particolarmente sfavorevoli.
Il primo meccanismo, nonché il più frequente, è risultato verificarsi in situazioni di pressing, dove il difensore per sottrarre la palla all’attaccante si è trovato a dover eseguire un cambio di direzione improvviso, con angoli di movimento che variavano dai 30° ai 90°. In questa situazione sono stati riscontrati due meccanismi principali che hanno portato alla rottura del LCA: abduzione dell’anca o ginocchio in valgismo. Le seconde situazioni analizzate sono state quelle legate al tentativo di recupero dell’equilibrio dopo aver calciato la palla, anche queste avvenute spesso in fase difensiva. In questi casi i giocatori, mentre perdevano l’equilibrio, si muovevano a velocità orizzontale elevata. Nelle ultime situazioni i giocatori avevano subito la rottura del legamento crociato anteriore atterrando da un salto per colpire la palla di testa. In questi casi l’atterraggio è stato monopodalico e con primo appoggio sull’avampiede.
In una minoranza di casi gli infortuni avvengono da contatto diretto con l’avversario, tra i meccanismi studiati sono stati evidenziati: tentativo di scivolata da dietro del difensore con impatto laterale e scontro causato da collisione fortuita con l’avversario. In questi casi sono state analizzate tre diverse modalità di contatto: frontale, con impatto antero-laterale che ha portato il ginocchio in valgismo e in iperestensione; ginocchio contro ginocchio con impatto postero-laterale che ha portato il ginocchio in varo e in traslazione anteriore; ginocchio contro ginocchio con impatto antero-mediale che ha portato il ginocchio in valgo ed iperestensione. In tutte e tre le situazioni da contatto si è verificato un collasso del ginocchio in valgismo, situazione che invece è apparsa molto meno frequente nei casi da non contatto.
Ha molta importanza soffermarsi inoltre sulla casistica di genere negli infortuni al LCA e sui meccanismi e le cause di rottura più frequenti nel genere femminile. È emerso che le donne subiscono rotture del legamento crociato anteriore, in presenza di collasso in valgismo del ginocchio, fino a sei volte di più rispetto agli uomini. Questo probabilmente è dovuto a diversi fattori anatomici, ormonali e neuromuscolari del genere femminile, che lo differenziano da quello maschile. Tra questi vi sono: un aumento di ampiezza dell’angolo Q, (angolo che si forma tra la linea che va dalla spina iliaca antero-superiore al centro della rotula e la linea che va dal centro della rotula alla tuberosità tibiale), che porterebbe ad un aumento del valgismo del ginocchio; una maggior lassità e maggior capacità di rotazione della tibia. Si è inoltre notato che durante la ovulatory phase del ciclo mestruale le donne subiscono un decremento di alcuni fattori come la coordinazione inter-/intra-muscolare, forza massima isometrica, flessibilità e controllo neuromuscolare.
Ciò che deriva da questi studi scientifici purtroppo non propende a favore della popolazione femminile, che per cause non soltanto biomeccaniche dettate da un errato schema motorio durante il gesto atletico ma anche per fattori legati strettamente al genere, si ritrova a dover fare i conti con un numero più elevato di rotture del legamento crociato anteriore durante la pratica di discipline sportive.
Questo articolo propone che il ritorno precoce all'attività sportiva dopo la ricostruzione del legamento crociato anteriore (LCA) aumenta significativamente il rischio di nuovi infortuni, specialmente nei giovani atleti. Suggerisce che un recupero ottimale richiede un approccio personalizzato, basato su test specifici e una valutazione neuromuscolare approfondita, per garantire un ritorno sicuro e sostenibile allo sport.
Conclusioni
Da queste ricerche si evince che il tempo di recupero post-ricostruzione del legamento crociato anteriore è un fattore decisamente importante ai fini riabilitativi e di ritorno all'attività sportiva, così come il recupero immediato della forza muscolare per non rischiare un'atrofia che ritarderebbe ulteriormente il rientro in campo. Ma allora qual è la soluzione per una riabilitazione ed un ritorno allo sport più sicuro? Ovviamente la risposta al quesito è quanto mai complessa poiché si devono valutare moltissimi elementi, predisponenti e non, per poter progettare adeguati programmi di riabilitazione e di recupero, e soprattutto perché la scienza tutt'oggi non fornisce delle risposte certe ma soltanto delle linee guida che andrebbero applicate con attenzione ai minimi dettagli da ogni professionista in base all'individuo che ha davanti. Affermare che ciascun atleta proveniente da una ricostruzione del LCA fa storia a sé non sarebbe errato. Ognuno ha bisogno dei suoi tempi biologici per il recupero, che possono differire da persona a persona, e va valutato quotidianamente sugli andamenti della riabilitazione da un team di esperti così formato: medico ortopedico o chirurgo che ha eseguito l'intervento di ricostruzione (che ha il compito di verificare periodicamente l'andamento della riabilitazione e di supervisionare il lavoro degli altri componenti dell'équipe); fisioterapista (che si occupa di far tornare l'articolazione ad una funzionalità clinica tramite l'esercizio terapeutico); laureato in scienze e tecniche delle attività preventive ed adattate (che ha il compito di rieducare al movimento e alla funzionalità sportiva l'articolazione tramite l'esercizio allenante adattato, provvedendo quindi ad una riatletizzazione) e preparatore atletico (generalmente un laureato in scienze e tecniche dello sport, che ha il compito di far tornare l'atleta ai livelli precedenti l'infortunio in termini di performance). È di fondamentale importanza che queste figure professionali collaborino nel programmare ed organizzare un piano di lavoro ottimale per il recupero dell'atleta.
Leggendo diversi articoli scientifici alcune domande riguardanti il recupero dell'atleta che ha subito una ricostruzione del LCA possono sorgere in modo accentuato, tra queste quelle di maggior riflessione sono: “Quando e quanto carico somministrare all'atleta?”; “I test somministrati sono realmente funzionali al rientro in campo?”; “Ha senso e conviene correre il rischio di una eventuale recidiva anticipando il ritorno in campo?”.
Oserei dire che la risposta al primo quesito sia definita dalla parola “dipende”. Molto spesso le risposte che si ricevono dagli allenatori sono rappresentate da questo termine, ciò avviene perché effettivamente l'allenamento è incentrato sull'atleta, che possiede delle sensazioni e delle caratteristiche proprie, le quali ci aiutano a definirne il carico adeguato da somministrare. Quindi il carico dipende dalle esigenze psico-fisiche dell'atleta e dai gesti atletici che la performance specifica della disciplina richiede allo stesso: sicuramente ad un atleta con dolori e problemi ricorrenti dopo la ricostruzione non verrà somministrato lo stesso carico nello stesso periodo di tempo di un altro che invece non presenta problemi; certamente un calciatore non dovrà recuperare il carico che dovrà recuperare invece un powerlifter.
Riabilitazione e Riatletizzazione
I test utilizzati negli studi citati sono utili per avere un'idea generale della forma fisica dell'atleta al termine del processo riabilitativo, ma non sono specifici della preparazione per la disciplina praticata, pertanto la somministrazione di questi test, aspecifici, dovrebbe essere proposta nel programma riabilitativo e rieducativo per valutare le condizioni fisiche dell'articolazione, purché venga completata e affiancata dalla somministrazione di ulteriori test specifici della disciplina praticata, quindi il più simili possibili alla prestazione sportiva, che aiutino i professionisti a capire realmente le condizioni dell'atleta al fine di stabilire al meglio se sia effettivamente pronto a tornare in campo.
I test specifici dovrebbero riprodurre i gesti atletici e le azioni di gioco più frequenti e che spesso portano all'infortunio, al fine di comprendere se l'atleta sia in grado nuovamente di esprimere le sue capacità soprattutto sul campo, minimizzando i rischi di eventuali recidive.
Per rispondere al terzo quesito si può tornare in parte al discorso fatto in precedenza per i test, evidenziando che soltanto con il superamento dei test funzionali specifici, con il superamento dei test delle capacità fisiche ed una attenta valutazione neuromuscolare, certamente previo permesso del medico specialista supervisore, si possa far tornare l'atleta all'attività sportiva.
In particolar modo oserei suggerire che qualora non vi sia la sicurezza di far rientrare l'atleta in campo sia meglio tardare il ritorno, continuando a focalizzare e a lavorare su quegli elementi di incertezza che hanno alimentato il dubbio e le perplessità sul rientro posticipato.
Chi scrive si trova in disaccordo verso un rientro in campo precoce dell'atleta, poiché in un lasso di tempo troppo breve il sistema neuromuscolare non è ancora pronto ed efficiente.
L'invito ai professionisti che lavorano in questo settore è quello di non fermarsi soltanto all'effetto della rottura del legamento crociato anteriore ma di andare ad indagare le cause dell'infortunio, lavorando al fine di creare un protocollo per il sistema nervoso e non soltanto per il sistema biomeccanico e muscolare.
L'obiettivo è quello di andare a ricercare e stimolare le afferenze propriocettive che sono andate perse a causa della rottura. L'allenamento, sia in termini di prestazione che di riabilitazione, per essere ottimale deve rispettare i principi che regolano il sistema neuromuscolare.
Questo articolo esplora l'importanza della gestione energetica e dell'assetto metabolico nel CrossFit, evidenziando come l'allenamento simultaneo di forza e resistenza possa migliorare le performance fisiche e la salute generale. Propone un approccio integrato che stimola i tre sistemi energetici principali, promuovendo adattamenti fisiologici che aumentano la tolleranza al carico di lavoro e la capacità di recupero.
Interferenze
Quando si ha a che fare con l'allenamento simultaneo, conosciuto anche come Concurrent training, è inevitabile imbattersi in un fenomeno che accomuna coloro che uniscono nello stesso nanociclo due protocolli di allenamento appartenenti a mondi paralleli – resistance e endurance training – ovvero, l'effetto interferenza. È un punto cardine per chi si allena su più fronti: poiché in questo sport è richiesta una combinazione di capacità e potenza cardiovascolare aerobica ed anaerobica ed un buon mantenimento dell'apparato muscolo-scheletrico, l'obiettivo di una logica pianificazione dell'allenamento è la ricerca di un equilibrio.
I sistemi energetici
Le varie modalità di lavoro presenti nei domini principali del CrossFit, se attuate ragionevolmente, hanno un loro perché ed influiscono, inevitabilmente, sui tre diversi sistemi metabolici, primi responsabili delle performance atletiche e, come conseguenza, dello stato di forma fisica.
I tre sistemi energetici, per comodità, sono sempre descritti separatamente però essi entrano in gioco simultaneamente nonostante ci sia la predominanza di un sistema rispetto ad un altro in base all'entità dello sforzo fisico. Quando il nostro corpo è sottoposto a sforzi fisici massimali, quindi intensi ma brevi (massimo 10"–15"), il più alto tasso di ATP è determinato dal sistema fosfageno, conosciuto anche come sistema energetico anaerobico alattacido: in carenza di ossigeno e senza produzione di acido lattico, esso usa ATP e fosfocreatina come substrati energetici di partenza presenti già a livello intramuscolare sotto forma di riserve. Alla rapida deplezione dei fosfageni è correlata una veloce periferica residua acuta, alla differenza dei pattern di reclutamento motorio, all'ipertrofia muscolare limitata da una inibita risposta anabolica acuta e alla conversione delle fibre muscolari della parte inferiore del corpo, in particolar modo.
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