Questo articolo esplora la correlazione tra malattie croniche e motivazione all'esercizio fisico, evidenziando l'importanza di modelli motivazionali come il modello Transteorico. Si sottolinea la necessità di un approccio integrato che coinvolga specialisti delle attività motorie per migliorare l'aderenza all'esercizio fisico nei pazienti con malattie croniche come il diabete di tipo 2.
Introduzione
Esistono numerosi modelli e teorie (tab.1) rivolti alla ricerca di un’efficace azione motivazionale all’esercizio fisico laddove in presenza di particolari condizioni patologiche; in realtà, molti di questi studi nascono e muovono nella direzione di un altro aspetto attinente la gestione della malattia che è “la non aderenza” o “compliance” del paziente al trattamento terapeutico. Queste condizioni, infatti, di solito ottimizzate in situazioni di malattie “transitorie”, appaiono poco soddisfatte in presenza di affezioni croniche dove, cioè, la malattia è “per sempre” e “inguaribile”. Per tale ragione i due aspetti, attività fisica e compliance, tra loro strettamente correlati e spesso fondamentali nell’evoluzione della malattia e dello stato di salute del paziente, sono da tempo oggetto di studio accurato. A tale riguardo è indicativo il fatto che la prescrizione di attività fisica, fortemente raccomandata ai diabetici Tipo 2 è, mediamente, rispettata da appena il 30% degli stessi! Da ciò si evince chiaramente la ragione della stretta correlazione tra la motivazione all’esercizio fisico e la non aderenza al protocollo terapeutico oggetto delle teorie di cui sopra.
- Modello di percezione della salute (health belief model)
- Teoria di motivazione per la prevenzione (protection motivation theory)
- Teoria dell’auto-efficacia (self efficacy theory - Bandura)
- Teoria dell’azione motivata (theory of reasoned action)
- Modello socio-cognitivo (social cognitive model). Tab. 1
Recentemente, sempre a riguardo della gestione della malattia, sono stati “coniati” altri termini specifici con altrettante giustificazioni teoriche come l’adherence, intesa come collaborazione tra medico e paziente; il coping che stimola un approccio di “aggressione” nei confronti della malattia che induca un comportamento di attacco, piuttosto che di fuga, nei confronti della stessa; il modello integrato bio-psico-sociale, in cui l’attenzione è spostata dalla malattia al paziente con tutti i suoi problemi e il suo vissuto, ma anche le self-efficacy, self-management, self-care e così di seguito.
Il continuo tentativo di ricerca di sempre altri approcci motivazionali si giustifica, in altre parole, nella consapevolezza che pur essendo ormai conclamati i benefici dell’adesione all’esercizio fisico, questo non è per nulla o in maniera molto ridotta, adottato come modello di stile di vita.
Tra i tanti descritti e accennati sopra, quello che oggi sembra essere il più efficace è il cosiddetto modello Transteorico1, costruito su tre dimensioni fondamentali che sono: gli stadi del cambiamento, i processi che sono messi in atto e i livelli coinvolti dal problema. Negli stadi del cambiamento sono riflessi gli aspetti temporali e motivazionali del cambiamento stesso intesi come un processo graduale che attraversa specifici stadi, seguendo un percorso periodico e progressivo. (tab. 2)
| Stadio | Descrizione |
|---|---|
| I° stadio | Disinteresse o pre-contemplativo: Tipico del sedentario che non ha alcuna intenzione di cambiare il proprio stile di vita |
| II° stadio | Propositivo o contemplativo: Sedentario ma con una disponibilità a cambiare nel breve periodo |
| III° stadio | Preparazione: Il soggetto ha già alle spalle almeno un tentativo di approccio all’esercizio fisico |
| IV° stadio | Cambiamento o azione: Ha cominciato l’attività da meno di sei mesi |
A tutt’oggi sembra che questo sia il modello che maggiormente riesce a raggiungere l’obiettivo motivazionale verso l’esercizio fisico, al punto che anche l’American College of Sport Medicine ne consiglia l’uso soprattutto nei soggetti con Diabete T2.
Di recente, un intervento di counseling comportamentale finalizzato a ottenere una spesa energetica >10 METs-ora/settimana attraverso l’attività fisica aerobica volontaria è stato confrontato con il trattamento convenzionale in pazienti diabetici di tipo 2 ambulatoriali. Al termine del follow-up di 2 anni, il 69% nel gruppo d’intervento e il 18% nel gruppo di controllo avevano raggiunto l’obiettivo; la riduzione del BMI e del HbA1c (o emoglobina glicata, è il test che permette di determinare la qualità media del controllo della glicemia nei 2-3 mesi precedenti al test al fine di valutare l’efficacia della terapia in atto), erano significativamente maggiori nel primo gruppo rispetto il secondo2. L’efficacia del counseling che, ricordiamo è da intendersi come la raccolta delle informazioni che giungono dal paziente al fine di definire la natura del problema, monitorarne l’evoluzione e comprendere qual è la vera percezione che esso ha del suo malessere, è stata in seguito confermata da altri studi3-4. Tali protocolli devono quindi essere considerati a tutti gli effetti come parte integrante dell’approccio terapeutico nel diabete mellito e nella sindrome metabolica, le cui linee guida raccomandano l’esercizio fisico come strumento essenziale5-6 per i numerosi effetti metabolici e psicologici favorevoli che induce.
A questo punto, però, pur nel rispetto assoluto per questi assunti, si deve registrare che confrontando i dati ISTAT7 degli ultimi sette anni ci troviamo di fronte ad una realtà sì, migliorativa, ma che dalla quale, forse, ci si attendevano maggiori risultati. Come è possibile osservare nella tabella 2, riferita all’anno 2011, infatti, per le persone affette da diabete troviamo che il 55% dei maschi e il 72,6% delle femmine, dichiara di non praticare mai attività fisica, mentre dal report ISTAT 2017 apprendiamo che “il 47,5% degli uomini e il 64,2% delle donne con diabete non praticano alcuna attività fisica leggera nel tempo libero” con un aumento, quindi, di disponibilità all’esercizio fisico, nei maschi del 7,5% e nelle femmine dell’8,4%; complessivamente siamo di fronte ad un “miglioramento” dell’8,45% che, tutto sommato, sembrerebbe un risultato che lascia bene sperare. In questa lettura, però, bisogna considerare che accanto a chi non fa “mai” attività ci sono anche coloro che dichiarano di fare “qualche” attività e chi di farle in modo “saltuario” che, a ben vedere, significa più o meno la stessa cosa. Personalmente abbiamo verificato che, per molti diabetici, portare a spasso il cane un’ora la domenica mattina corrisponde a una “qualche” attività!
| Figura Professionale | Percentuale |
|---|---|
| Diabetologo | 88,7 |
| Infermiere Spec | 88,1 |
| Dietologo | 77,5 |
| Infermiere di amb | 74,8 |
| Oftalmologo | 53,6 |
| Cardiologo | 53,6 |
| Nefrologo | 50,3 |
| Podologo | 38,4 |
| Psicologo | 35,1 |
| Psichiatra | 25,8 |
| Farmacista | 21,9 |
| Psicoterapeuta | 19,9 |
| Medico generale | 19,2 |
| Professione | Percentuale |
|---|---|
| Diabetologo | 88,7 |
| Infermiere Spec | 88,1 |
| Dietologo | 77,5 |
| Infermiere di amb | 74,8 |
| Oftalmologo | 53,6 |
| Cardiologo | 53,6 |
| Nefrologo | 50,3 |
| Podologo | 38,4 |
| Psicologo | 35,1 |
| Psichiatra | 25,8 |
| Farmacista | 21,9 |
| Psicoterapeuta | 19,9 |
| Medico generale | 19,2 |
In definitiva la veicolazione dell’esercizio fisico dovrà puntare, nelle sue proposte iniziali, proprio a quest’obiettivo: un nuovo progetto di me che contempli la ridescrizione di un sé corporeo “positivo”, e non un’attenzione “negativa” verso sé, focalizzata esclusivamente sui disturbi impliciti della malattia. Se così fosse, la fatica che sarò quotidianamente chiamato a sopportare sarà ricompensata anche, e soprattutto, da un miglioramento di me oltre che all’implicito miglioramento della mia malattia.
Bibliografia
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Prochaska, J.O., DiClemente, C.C. (1982). Transtheoretical Therapy: Toward a More Integrative Model of Change. American Journal of Health Promotion
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Di Loreto C, Fanelli C, Lucidi P, Murdolo G, De Cicco A, Parlanti N, Santeusanio F,Brunetti P, De Feo P., Validation of a counseling strategy to promote the adoption and the maintenance of physical activity by type 2 diabetic subjects. Diabetes Care 2003; 26:404–408
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Kirk AF, Mutrie N, Macintyre PD, Fisher MB., Promoting and maintaining physical activity in people with type 2 diabetes. Am J Prev Med 2004; 27:289-296
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Smith SA, Vickers KS., A counseling strategy was better than usual care for adopting and maintaining physical activity in type 2 diabetes. ACP J Club 2003; 139:69
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Klein S, Sheard NF, Pi-Sunyer X, Daly A, Wylie-Rosett J, Kulkarni K, Clark NG., American Diabetes Association, North American Association for the Study of Obesity, American Society for Clinical Nutrition: Weight management through lifestyle modification for the prevention and management of type 2 diabetes: rationale and strategies. Diabetes Care 2004; 27: 2067–2073
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Task Force on Community Preventive Services: Increasing physical activity: a report on recommendations of the Task Force on Community Preventive Services. MMWR Recomm Rep 2001; 50:1–14
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www.istat.it/it/archivio/202844