La rivista scientifica italiana su fitness e movimento

Anno: 2023 Volume: 20231

Disturbi del comportamento alimentare: ipotesi patogenetiche neurofunzionali, genetiche ed epigenetiche

Abstract

Italiano

I disturbi del comportamento alimentare (DCA) rappresentano una delle emergenze psichiatriche con i più elevati tassi di mortalità, caratterizzate da un rapporto patologico con il cibo e da una distorsione dell'immagine corporea. Accanto ai fattori di rischio ambientali, sociali e familiari ampiamente documentati in letteratura, il presente articolo esamina le ipotesi patogenetiche neurofunzionali, genetiche ed epigenetiche che sottendono lo sviluppo di tali disturbi. Vengono analizzati i meccanismi neurobiologici alla base della regolazione del comportamento alimentare, inclusi i circuiti neuroendocrini deputati al controllo del bilancio energetico, la percezione sensoriale degli alimenti e i sistemi di segnalazione periferica. Si esplorano inoltre i fattori genetici di predisposizione e le modificazioni epigenetiche che possono influenzare la vulnerabilità individuale ai DCA. La comprensione integrata di questi fattori multifattoriali — biologici, psicologici e socioculturali — risulta indispensabile per elaborare modelli eziopatogenetici più completi e strategie di prevenzione e trattamento più efficaci per anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata.

English

Eating disorders (EDs) represent one of the psychiatric emergencies with the highest mortality rates, characterized by a pathological relationship with food and a distortion of body image. Alongside the environmental, social and family risk factors widely documented in the literature, this article examines the neurofunctional, genetic and epigenetic pathogenetic hypotheses underlying the development of these disorders. The neurobiological mechanisms underlying the regulation of eating behavior are analyzed, including neuroendocrine circuits responsible for energy balance control, sensory perception of food and peripheral signaling systems. Genetic predisposition factors and epigenetic modifications that may influence individual vulnerability to EDs are also explored. An integrated understanding of these multifactorial elements — biological, psychological and sociocultural — is essential for developing more comprehensive etiopathogenetic models and more effective prevention and treatment strategies for anorexia nervosa, bulimia nervosa and binge eating disorder.

Keywords

Italiano: disturbi comportamento alimentare, DCA, anoressia, bulimia, binge eating, patogenesi DCA, neurofisiologia DCA, genetica DCA, epigenetica DCA, fattori rischio DCA, salute mentale, nutrizione, disturbi del comportamento alimentare, anoressia nervosa, bulimia nervosa, fattori epigenetici, neurobiologia del comportamento alimentare

Inglese: eating disorders, ED, anorexia, bulimia, binge eating, ED pathogenesis, neurophysiology ED, genetics ED, epigenetics ED, ED risk factors, mental health, nutrition, eating disorders, anorexia nervosa, bulimia nervosa, epigenetic factors, neurobiology of eating behavior

Questo articolo esplora le ipotesi patogenetiche neurofunzionali, genetiche ed epigenetiche dei disturbi del comportamento alimentare, evidenziando come questi fattori rappresentino rischi significativi che necessitano di essere compresi per affrontare efficacemente tali disturbi.

Introduzione

L’incidenza dei disturbi del comportamento alimentare, ossia il numero di nuovi casi osservati in una popolazione in uno specifico arco temporale, è purtroppo in rapida ascesa nel corso degli ultimi decenni (Hoek & Van Hoeken, 2003), come del resto la loro prevalenza, ossia il numero di casi totali individuabili in una data popolazione in uno specifico momento. Se si considerano le condizioni che si presentano come sindromi parziali è possibile affermare che una percentuale variabile tra l’8% e il 10% delle ragazze tra i 12 e i 25 anni soffrono di un disturbo del comportamento alimentare (Bulik, 2002).

I DCA sono una vera emergenza di ordine medico, psichiatrico, e per estensione anche sociale. Si tratta di una moltitudine di segni e sintomi che accompagnano un rapporto patologico con il cibo, che giunge a compromettere significativamente l’ambito sociale, familiare e le relazioni dell’individuo che ne è affetto, potendo talvolta portare alle estreme conseguenze. Si tratta di disturbi volti al controllo del peso e dell’aspetto corporeo, una eccessiva preoccupazione per la forma fisica e una distorsione dell’immagine corporea che giunge alla condizione di dismorfofobia.

I DCA sono purtroppo i disturbi di natura psichiatrica con il più alto tasso di mortalità, sia come effetto della drammatica compromissione funzionale cui il soggetto giunge a causa di un peso che si discosta drammaticamente (per eccesso o per difetto) da una condizione ideale, sia come conseguenza dell’elevato numero di sucidi che caratterizza chi ne è affetto.

I paesi occidentali sono quelli maggiormente colpiti, ma si registrano casi anche nelle classi sociali più agiate di aree del globo caratterizzate da significativa povertà. Già questa premessa sottolinea uno dei principali fattori di rischio per i DCA in generale, ma per alcuni nello specifico, correlabili con lo status socio-economico.

Il sesso femminile, la giovane età (prevalentemente adolescenza e prima età adulta, sebbene con progressivo incremento di casi sia in fase precoce che tardiva), contesti sociali, economici, culturali sono significativi fattori di rischio per lo sviluppo di DCA. A questi si sommano elementi fortemente predisponenti della sfera familiare; legati a episodi specifici come traumi, abusi, bullismo, body shaming; connessi a fattori ambientali e quindi riferibili alla sfera lavorativa; bassa autostima, ansia, disturbi dell’umore, perfezionismo (Fairburn & Harrison, 2003).

Stando ai dati del Ministero della Salute, nel 2017 si parlava di almeno 3 milioni di persone affette da DCA, con tutte le inevitabili e conseguenti ripercussioni, anche in termini di costi sociali.

I DCA non hanno un unico modello causale eziopatogenetico, e occorre quindi indagare e individuare un modello multifattoriale che tenga conto dei fattori predisponenti e scatenanti di natura familiare e ambientale, di fattori cognitivi e legati alla personalità, di fattori genetici e ambientali. A tutto questo si sommano gli elementi perpetuanti del problema che rendono più difficoltosa la risoluzione.

Influenze neurofisiologiche, genetiche ed epigenetiche sul comportamento alimentare e come fattori predisponenti dei DCA

La nutrizione rientra tra i bisogni primari dell’essere umano, ha quindi una posizione di vertice per quanto attiene la necessità di soddisfarla, ed è strettamente legata con la sopravvivenza stessa dell’individuo. Per tramite dell’alimentazione l’essere umano riceve l’energia di cui necessita per assolvere alle attività lavorative e, prima ancora, per la gestione delle esigenze metaboliche. Ma assieme all’apporto energetico fornito dagli alimenti, vi è l’acquisizione di macro e micro nutrienti che consentono il complesso funzionale legato alla rigenerazione e accrescimento tissutale, alla regolazione dei processi biochimici, ecc. Non a caso la classificazione dei nutrienti consente proprio di distinguere tra quelli con funzione prevalentemente plastica, prevalentemente energetica, e prevalentemente di regolazione e protezione.

Nessun alimento è in grado di soddisfare nella giusta modalità tutte le esigenze nutrizionali dell’individuo, ed è questa la leva che ha fatto sviluppare i comportamenti complessi legati alla sua ricerca, al fine di mantenere l’omeostasi corporea e l’adattamento contestuale all’ambiente circostante e alla sua variabilità. L’alimentazione, e la modifica negli stili nutrizionali, hanno consentito l’adattamento e l’evoluzione della specie umana, e a questo processo evolutivo si è affiancata sempre più una modulazione nutrizionale influenzata dalle tradizioni, dalla cultura, dalle interferenze religiose, sino a elementi socio-economici. In altri termini se inizialmente l’alimentazione ha rappresentato l’elemento di “modulazione” delle caratteristiche umane, proprio a livello strutturale, negli ultimi millenni (e soprattutto negli ultimi secoli), è accaduto sempre più che fosse l’alimentazione a essere modulata in virtù delle caratteristiche e delle esigenze umane, intese come interferenze etniche e culturali e, in quest’ultimo periodo storico non di meno anche etiche.

Il comportamento alimentare è dunque condizionato da una serie di fattori, alcuni intrinsecamente caratterizzanti l’alimento: come il sapore, il colore, l’odore, con stimoli diretti a livello sensoriale.

A livello sensoriale la lingua svolge un ruolo determinante essendo alla base della percezione del gusto, processo che avviene per tramite delle papille distribuite sulla sua superficie. Si distinguono differenti tipi di papille (p. foliate, p. vallate, p. fungiformi, p. filiformi). La lingua consente anche la divisione in aree differenti caratterizzate dalla capacità di distinguere in modo marcato i 5 gusti che compongono la miriade di opzioni e stimoli forniti dagli alimenti. In particolare si distinguono aree per il salato, l’acido, l’amaro, il dolce e l’umami. Il senso del gusto consente di operare non solo una scelta di tipo edonistico, ma permette di individuare specifici sapori correlabili a sostanze potenzialmente tossiche o velenose.

In tal senso il gusto è strettamente interconnesso con l’olfatto, entrambi sono sensi chimici, e anche l’olfatto percepisce odori ritenuti sgradevoli e pertanto pone in allarme rispetto alla pericolosità di un alimento. Al contrario un odore gradevole stimola immediatamente il senso della fame o in ogni caso il desiderio edonistico di alimentarsi.

Ma il comportamento alimentare necessita anche di una specifica e complessa regolazione finalizzata a modulare l’introduzione totale di energia, che ha conseguenze dirette sugli accumuli adiposi e le loro numerose funzioni (riserva energetica, organo endocrino, ecc.).

In condizioni fisiologiche il bilancio energetico è modulato al fine di garantire una condizione di equilibrio anche nel mantenimento del peso corporeo, ed è deputato a una complessa rete di tipo neuroendocrino che raccoglie segnali periferici, li integra a livello centrale e fornisce una risposta corticale in termini di comportamento che è influenzata anche dai fattori ambientali circostanti.

I sistemi integrativi centrali (SIC) individuano quelle aree cerebrali coinvolte nel comportamento umano di tipo volontario, come è quello dell’alimentazione. La motivazione che spinge ad alimentarsi è sostenuta dai meccanismi neurofisiologici della motivazione e della ricompensa, la motivazione nasce a livello della corteccia cerebrale, dell’amigdala, dell’ipotalamo e di alcuni centri tronco encefalici, e la spinta all’introduzione dei cibo o bevande può nascere ed essere guidata dal piacere che ne deriva, quindi una spinta di tipo edonistico. La ricerca del piacere rinforza un comportamento che è quindi messo in atto anche in assenza di una reale necessità fisiologica e biologica. In questo caso strutture facenti parte del sistema limbico e dei gangli della base (area del setto, ipotalamo laterale, substantia nigra, nucleo acumbens, ecc.) sostengono questo processo.

L’ipotalamo integra le risposte viscerali e somatiche, ha un ruolo chiave nel modulare il bilancio energetico poiché integra i segnali provenienti dalla periferia con quelli provenienti da varie aree cerebrali, e regola conseguentemente l’ipofisi anteriore le vie autonomiche discendenti. In questo modo può bilanciare l’introduzione calorica e la spesa energetica e quindi le dimensioni delle masse adipose corporee (Hochberg, et al., 2010). L’ipotalamo quindi controlla il sistema nervoso autonomo e, per mezzo dell’ipofisi, il sistema endocrino. Il sistema nervoso autonomo è parte del sistema nervoso periferico (assieme al sistema nervoso somatico) innerva organi, vasi sanguigni e ghiandole. Il sistema nervoso autonomo a sua volta si differenzia in simpatico, che si incarica dello stato di attivazione dell'individuo, regolando anche risposte ancestrali legate al meccanismo di attacco o fuga, quindi con una risposta fisiologica volta alla dilatazione delle pupi

lle e all'incremento delle funzioni metaboliche; e il sistema nervoso autonomo parasimpatico, che invece è deputato al ripristino dell'omeostasi e cessazione della fase di allerta.

Con il suo nucleo ventromediale e laterale l’ipotalamo controlla il sistema neurovegetativo. La stimolazione del nucleo ventromediale determina un aumento della glicemia, della gluconeogenesi, della termogenesi a carico del tessuto adiposo, e della lipolisi. La stimolazione del nucleo laterale induce la fame, riduce la presenza insulinica, stimola la liposintesi e l’aumento di peso.

Nella regolazione dell’appetito e nell’impiego dei nutrienti, un ruolo chiave compete anche all’epifisi, ghiandola collocata posteriormente al terzo ventricolo, implicata nella sintesi di melatonina che influenza la produzione di leptina. Inoltre l’epifisi si colloca nel più ampio quadro di riferimento degli assi ipotalamo-ipofisiari di regolazione degli ormoni surrenalici, tiroidei e androgeni.

Le sindromi ipotalamiche hanno ripercussioni diretta a livello della regolazione della nutrizione, si tratta di lesioni dell’ipotalamo che possono essere determinate da trauma cranico, encefalite, meningite, tumori del cervello che determinano compressione a livello dell’ipotalamo, intossicazione (anche da alcool), infezioni virali e batteriche, fattori di stress o shock, alterazioni ormonali (tipiche dello stato gravidico), difetti congeniti, ipossia cerebrale. Essendo l’ipotalamo un centro di regolazione fondamentale praticamene per ogni organo umano, le sindromi ipotalamiche hanno inevitabili conseguenze anche sulle abitudini alimentari. Sono più spesso individuabili nelle donne di età compresa fra i 30 e i 40 anni, ma possono ricorrere a causa dei cambiamenti ormonali (oltre che per le cause precedentemente indicate) anche in fase puberale, o per ipossia fetale in fase neonatale. Tra i chiari sintomi di una sindrome ipotalamica si riscontra proprio obesità e bulimia (oltre naturalmente ad altra sintomatologia specifica). Ma anche un ritardo nella crescita prenatale può interferire sulla programmazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene inducendo una condizione di iperattività che permane nell’adolescenza e anche nella vita adulta, inducendo una intensa propensione a iperalimentarsi (Torres & Nowson, 2007), questo genere di programmazione inoltre induce adattamenti corticosurrenali specifici nei due sessi, in particolare nel sesso maschile come risposta allo stress, mentre anche in condizioni basali nelle ragazze.

La sindrome ipotalamica laterale induce: mancanza totale di fame, rifiuto ad alimentarsi, anoressia. Il medesimo processo avviene per danneggiamento dell’ipotalamo mediale che aumenta gli stimoli anoressizzanti dell’ipotalamo laterale, così come una mancata risposta dell’ipotalamo mediale ai segnali inviati dal tessuto adiposo per mezzo della leptina o della proopiomelanocortina (Abuzzaham & Shoemaker, 2019).

La sindrome ipotalamica ventrale induce: costante senso di fame, aumentato desiderio di alimentarsi, obesità.

Il trattamento delle sindromi ipotalamiche con ricadute metaboliche prevede, oltre alla terapia dietetica, anche l’intervento farmacologico, ad esempio con octreotide, agonista della somatostatina che limita il rilascio di insulina (Abuzzaham & Shoemaker, 2019); il metilfenidato è stato utilizzato per ridurre l’intake calorico e la richiesta di cibo, soprattutto grassi, per mezzo dell’aumento dell’attività del sistema dopaminergico implicato nei meccanismi di ricompensa (Goldfield, et al., 2007), ma anche di altre classi farmacologiche come gli agonisti del recettore dell’incretina glucagon-like peptide-1 (Bo, et al., 2021).

Il GLP-1 (glucagon-like peptide 1) è un ormone appartenente alla famiglia delle incretine (peptidi che regolano l’omeostasi del glucosio), viene prodotto in risposta all’ingestione di cibo a partire dal pro-glucagone nelle cellule L del tratto gastrointestinale e a livello ipotalamico. In risposta all’ingestione di alimenti la sintesi di GLP-1 stimola la ß-celulla pancreatica determinando una maggiore risposta insulinica. Il GLP-1 ha in ogni caso effetti multiorgano, sopprime la produzione di glucagone, ha effetto neuroprotettivo e cardioprotettivo, aumenta il senso di sazietà, migliora la diuresi e l’escrezione di sodio, aumenta la vasodilatazione mediante sintesi di ossido nitrico, incrementa l’uptake di glucosio da parte dei cardiomiociti, favorisce la proliferazione e contrasta l’apoptosi delle ß-cellule. Il GLP-1 ha una emivita molto breve e viene disattivato dalle proteasi che rendono impossibile ad almeno il 50% del GLP-1 prodotto di raggiungere i recettori specifici.

Nel novero delle sindromi ipotalamiche con ricadute a livello di comportamento alimentare e peso corporeo, è utile ricordare come anche il trattamento chirurgico o radioterapico possono determinare la condizione di obesità (Pinkney, et al., 2002), così come condizioni genetiche a esordio precoce (nell’infanzia), tipicamente deficit del recettore della melanocortina-4 (MC4R), la sindrome di Prader-Willi o di Bardel-Biedl, e naturalmente i deficit nella produzione di leptina o nell’espressione recettoriale (Hochberg, et al., 2010). Pertanto non solo le problematiche ipotalamiche, ma anche il loro trattamento, possono avere ricadute sulla gestione del peso corporeo.

In letteratura è noto lo studio di Hetherington e Ranson (2004) che, inducendo delle lesioni su modelli murini a livello ipotalamico, individuarono un cambio significativo nel comportamento alimentare e nell’obesità, nello specifico lesioni bilaterali dell’ipotalamo laterale determinavano anoressia con drastica riduzione del desiderio di cibo; lesioni bilaterali dell’ipotalamo ventromediale determinavano aumento del desiderio di alimentarsi inducendo obesità. Lo stesso si verifica con la somministrazione di oppioidi e anfetamine.

Le condizioni di forte stress inducono una serie di effetti a cascata, differenziabili in termini di risposta acuta e risposta cronica. La risposta acuta individua un rilascio di catecolamine da parte della midollare del surrene. Stress prolungati, come quelli individuabili come conseguenza di stati d’ansia tipici dei soggetti affetti da DCA, determinano il rilascio di cortisolo da parte della corticale del surrene sotto l’influenza dell’ipofisi, a sua volta controllata dall’ipotalamo.

Quindi lo stress agisce sul SNA che, interfacciato con l’ipotalamo rilascia CFR (fattore di rilascio della corticotropina) che induce l’ipofisi a innescare il rilascio di ACTH (ormone adrenocorticotropo) che stimola la corticale del surrene alla produzione di cortisolo e catecolamine (adrenalina e noradrenalina) da parte della midollare.

Stress cronico, e quindi cronica produzione di cortisolo, agiscono direttamente sulla condizione di obesità, al netto di altre implicazioni altrettanto gravi, prime fra tutte la depressione del sistema immunitario.

Ipotesi patogenetiche di tipo neurofunzionale

Tra le ipotesi patogenetiche proposte nel quadro dei disturbi del comportamento alimentare una grande rilevanza appare a riguardo del deficit di elaborazione emozionale derivante dalle informazioni provenienti sia dal cibo che dall’immagine corporea. Non a caso tra i soggetti affetti da anoressia nervosa e bulimia nervosa emerge una riduzione del tono dell’umore e temperamento disforico, e le condotte poste in essere come l’eliminazione o le abbuffate rivestono un ruolo proprio nel ridurre l’entità dell’alterazione del tono dell’umore. A tale scopo si sono succeduti numerosi studi volti a indagare mediante fMRI (risonanza magnetica funzionale) l’attività cerebrale di soggetti con DCA al fine di individuare elementi di suscettibilità neurobiologica individuabili mediante tecniche di neuroimaging funzionale.

Le tecniche di neuroimaging hanno fornito un enorme contributo allo studio in vivo delle funzioni cerebrali che, in precedenza, era naturalmente impossibile. Tali tecniche si dividono in statiche, ossia quelle procedure come la TAC o RMI che permettono di ottenere informazioni relative alla forma del cervello, ad eventuali traumi, lesioni, o eventi tumorali in corso; e tecniche dinamiche, che indagano l'attivazione delle aree cerebrali coinvolte. Le tecniche dinamiche possono a loro volta essere di tipo diretto, se registrano il potenziale elettrico cerebrale (EEG/ERP), o indirette se analizzano l'attività metabolica del cervello e le variazioni nel flusso ematico (PET, fMRI, ecc.)

Ciascuna tecnica di neuroimaging si caratterizza poi in termini di risoluzione spaziale e temporale, la prima fa riferimento al livello di dettaglio anatomico fornito, la seconda al tempo di latenza tra l'evento indagato e la sua acquisizione.

La rilevanza biologica rivestita dal cibo rappresenta uno stimolo efficace e capace di generare reazioni misurabili nell’essere umano, in particolare mediante fMRI, alla vista degli alimenti. I primi studi, basati sull’individuazione di aree attive alla vista del cibo, hanno fatto emergere l’insula e la corteccia orbito frontale come fortemente coinvolte nell’elaborare stimoli riconducibili al cibo e nel determinare la condotta alimentare (Wang, et al., 2004).

L’insula è coinvolta nelle informazioni emozionali, sensoriali viscerali, gustatorie, ed è connessa tra l’altro con l’amigdala. Riceve informazioni sulle caratteristiche di uno stimolo e quindi se un cibo è da ritenersi “appetitoso” o meno, consente di valutare il valore dello stimolo presentato all’interno del contesto in cui viene introdotto, e permette di integrare le informazioni relativamente all’effetto che l’introduzione potrebbe avere sul corpo. E’ determinante per processare le informazioni provenienti fisiologicamente dall’interno del corpo ma, le proiezioni ricevute dall’amigdala e dai centri talamici del gusto, le permettono di fornire anche una rappresentazione del piacere che il cibo può procurare.

immagine corporea, la difficoltà a riconoscere la condizione di malnutrizione, potrebbero essere correlati a disturbi nella corretta consapevolezza delle sensazioni interne del corpo, mediate dall’insula.

Un’altra area coinvolta è la corteccia orbito frontale, che riceve una moltitudine di proiezioni e tra queste anche da parte dell’ipotalamo laterale, la porzione mediale della corteccia orbito frontale invia afferenze dirette all’ipotalamo e al tronco per influenzare le funzioni autonome ed endocrine (Price, 1999). E’ possibile ipotizzare che l’insula e la corteccia orbito frontale partecipino significativamente al comportamento alimentare mediante la codifica del valore di ricompensa attribuito al cibo. Già nel 1994 Rolls (Rolls, et al. 1994) aveva identificato nella corteccia orbito frontale, nell’ipotalamo e nell’amigdala, la presenza di neuroni rispondenti alla visione del cibo, con un ruolo determinante da parte della corteccia orbito frontale nello stimolo alla ricerca del cibo stesso. Molti autori, e numerose ricerche, si sono quindi focalizzate nell’ipotizzare la disregolazione delle connessioni in queste aree come fattori alla base della nascita di patologie legate ai disturbi del comportamento alimentare.

Altri studi, condotti sulla visione di alimenti dal differente contenuto calorico in soggetti normopeso, hanno evidenziato l’attivazione prioritaria dell’amigdala alle visione di alimenti generici, mentre alimenti ipercalorici attivavano prevalentemente la corteccia gustatoria primaria, la corteccia somatosensitiva superiore dell’emisfero sinistro, e questo lascia supporre risposte cerebrali differenti sulla base di esperienze pregresse che quindi associano spinte motivazionali differenti in base al cibo presentato.

Ulteriori approfondimenti hanno portato a ritenere la presenza di circuiti neurali che operano in modalità indipendenti l’uno verso la ricerca e l’assunzione di cibo, collocabile a livello della corteccia orbito frontale mediale e laterale, e l’altro attivo nel modulare i processi che inducono a interrompere l’introduzione di cibo e collocabile nella corteccia orbito frontale caudale e laterale (Small, et al., 2001). Due sistemi distinti a livello della corteccia prefrontale implicati nella fame e nel comportamento finalizzato allo scopo (in questo caso quello di nutrirsi) oltre che al controllo dello stato d’animo e dei sentimenti.

Il fatto che stimoli provenienti da alimenti ad alto contenuto calorico facciano rilevare alla fMRI una maggiore attivazione al livello della corteccia prefrontale mediale, conferma l’ipotesi del coinvolgimento complesso di quest’area nel comportamento alimentare per tramite delle proiezioni efferenti dirette all’ipotalamo e al tronco cerebrale. In quest’area si determina la valutazione del potenziale biologico del cibo, anche sulla base delle condizioni fisiche e dello stato nutrizionale del soggetto, che giungono nella medesima area grazie alle afferenze provenienti dal nucleo mediale dorsale del talamo.

La differente attivazione della corteccia orbito frontale in condizioni di sazietà o in condizioni di forte appetito, conferma in numerosi studi che quest’area occupa un ruolo preminente sia nel riconoscimento delle condizioni fisiologiche del soggetto che nell’associare il piacere alla gratificazione derivante dal cibo.

Questo ha evidenti implicazioni nella psicopatologia dell’anoressia nervosa, in quanto consente di individuare le strutture neurali coinvolte nelle risposte di evitamento e fobia nei confronti del cibo e, in particolare di quello particolarmente calorico. Allo stesso tempo una disregolazione di queste medesime aree può spiegare il comportamento tipo del BED e della bulimia, con situazioni di iperfagia e obesità correlata.

La corteccia orbito frontale mediale infatti influenza il comportamento del soggetto modificando la valenza del cibo e, contestualmente, il meccanismo del marcatore somatico ipotizzato da Damasio (1995), ossia la sensazione piacevole o spiacevole che il soggetto percepisce in relazione a una scelta. Damasio descrive il ruolo proprio delle cortecce prefrontali e in particolare della corteccia prefrontale ventromediale nel decision making e nel comportamento emotivo, affermando che il processo cognitivo umano non sia circoscritto alle strutture sottocorticali ma si estenda a tutto l’organismo, pertanto le decisioni non sono più il mero risultato di ragionamenti mentali sul rapporto costi/benefici. Al contrario di quanto ritenuto in passato in cui si riteneva il decision making un processo prevalentemente razionale, è oggi risaputo che le scelte si basano più sul soddisfacimento della motivazione edonica (Cabanac, 1992).

Per Damasio nel processo di scelta fra differenti opzioni, la decisione si basa sulla considerazione di eventi simili nei quali ci si è imbattuti in passato, processo dal quale non ci si esime nella scelta del cibo, in termini di tipologia, quantità, ecc. Un problema o un danno nell’area della corteccia orbito frontale mediale può avere ricadute nella corretta interpretazione dei segnali negativi e positivi e questo può avere chiare ripercussioni nello sviluppo di un DCA, che quindi sarebbe la risultante di una condizione disfunzionale a livello frontale.

Ulteriori studi confermano la correlazione tra elementi disfunzionali organici e comportamento alimentare, ad esempio l’analisi del flusso ematico a livello della corteccia temporo insulare risulta ridotto (all’indagine PET) in soggetti che denotano un più marcato desiderio di alimentarsi con cibi ipercalorici, pertanto l’attività di questa area anatomica è stata associata al grado di desiderabilità del cibo. Soggetti affetti da bulimia nervosa hanno un maggiore flusso regionale al livello delle cortecce frontali inferiore destra e temporale sinistra, dopo l’assunzione di un pasto (Nozoes, et al., 1995).

Sempre all’indagine mediante fMRI si hanno ulteriori conferme di attivazioni differenti in soggetti con DCA alla vista del cibo, registrando una maggiore attività nella corteccia orbito frontale mediale e della corteccia cingolata anteriore, ritenendo questo genere di risposta come elemento evidente e comune nei disordini alimentari. Per altro queste regioni anatomiche sono le medesime coinvolte nella patogenesi delle manifestazioni ossessivo compulsive o nelle dipendenze da sostanze (Nozoes, et al., 1995), circostanze spesso sovrapponibili anche ai DCA. Inoltre, le medesime indagini, hanno fatto emergere nei soggetti con DCA una marcata riduzione nell’attivazione della corteccia anteriore prefrontale laterale, alla base della inibizione di comportamenti non desiderabili, quindi una soppressione del suo intervento spiega il mancato controllo di impulsi e comportamenti negativi da parte di soggetti con DCA.

Anche l’attivazione del lobo parietale inferiore risulta completamente differente tra soggetti affetti da anoressia (con minore attivazione dell’area) e soggetti obesi che mostrano una marcata iperattivazione alla vista del cibo.

Per quanto riguarda l’immagine corporea studi di neuroimaging evidenziano come, le regioni cerebrali deputate dello schema corporeo, subiscono una attivazione solo se sottoposte alla visione dell’immagine della paziente medesima in condizione di sottopeso. Elemento che chiarisce il bisogno compulsivo di osservarsi, controllarsi, scrutarsi.

Al di là di alcuni studi qui riportati, preme sottolineare che la letteratura a supporto, basata su neuroimaging è straordinariamente corposa, e le conclusioni portano tutte nella medesima direzione.

In estrema sintesi, sotto il profilo neurobiologico, le ricerche si sono concentrate sui circuiti cerebrali connessi con l’apprendimento e la ricompensa, in particolare la regione del corpo striato, la regione insulare e frontale possono esse malfunzionanti al punto da innescare o perpetuare la condizione di DCA. Stesso peso potrebbe essere attribuito ad alterazione nelle connessioni di differenti aree cerebrali.

Ipotesi patogenetiche di tipo genetico ed epigenetico

Le influenze genetiche sulla comparsa ed evoluzione dei DCA non sono meno rilevanti, al punto che alcuni autori affermano ad esempio che nello sviluppo dell’anoressia nervosa le componenti genetiche rilevino in un 50%-70% di casi (Paolacci, et al., 2020). Studi su gemelli omozigoti fanno emergere che se uno dei due fratelli ha un DCA, nel 48%-75% dei casi lo svilupperà anche l’altro (Bulik, et al. 2006), e lo stesso vale naturalmente nel caso di genitori che soffrono o hanno sofferto di DCA. Fermo restando naturalmente le influenze ambientali, anche solo questi dati sarebbero sufficienti a ipotizzare una stretta implicazione genetica.

Anoressia nervosa, bulimia nervosa, BED e molteplici disturbi alimentari sottosoglia, grazie allo sviluppo delle neuroscienze, fanno emergere in modo sempre più marcato la presenza di una vulnerabilità genetica alla base. Grazie a studi familiari, studi su gemelli e di genetica molecolare emergono in modo sempre più robusto i correlati biologici nello sviluppo e nel mantenimento dei DCA. I geni candidati sono quelli che codificano per i neurotrasmettitori, i neurormoni e i fattori di crescita. Nel dettaglio, sebbene vi sia una ampia eterogeneità, il gene 5HT2A e il ruolo del BDNF sono quelli che suscitano maggiore interesse (Farrino, et al., 2007). Ulteriore area di indagine è quella degli endofenotipi, maggiormente ereditabili come fattori di rischio sarebbero alcuni tratti stabili come: impulsività, ossessività, perfezionismo, disturbo dell’immagine corporea, tratti temperamentali, sensibilità alla dieta e ai messaggi sociali ad essi correlati.

Per endofenotipo si intende una componente a cavallo tra il genotipo e il fenotipo di una patologia, è caratterizzato da ereditabilità, associazione con la patologia osservata, indipendente dallo stato della malattia, co-segregato in ambito familiare, presente in familiari affetti e non affetti.

Il gene 5HT2A codifica per un recettore della

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Domande frequenti

Quali sono le principali cause dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA)?

I DCA hanno un'eziologia multifattoriale che include fattori neurofisiologici (come la disregolazione dell'asse ipotalamo-ipofisario), genetici, epigenetici e ambientali (ad esempio, status socioeconomico, traumi e perfezionismo).

In che modo i fattori neurofunzionali influenzano i DCA?

I fattori neurofunzionali coinvolgono complessi meccanismi neurali che regolano l'introito energetico e l'omeostasi corporea, oltre alla modulazione del comportamento alimentare da parte di stimoli sensoriali come gusto e olfatto. Disfunzioni in questi circuiti possono contribuire allo sviluppo dei DCA.

Qual è il ruolo della genetica e dell'epigenetica nei DCA?

La genetica predispone alcuni individui ai DCA attraverso variazioni in geni specifici. L'epigenetica, invece, studia come l'ambiente possa modificare l'espressione genica senza alterare il DNA, influenzando così la vulnerabilità ai DCA in risposta a stress o traumi.

Chi è più a rischio di sviluppare un Disturbo del Comportamento Alimentare?

L'incidenza maggiore dei DCA si riscontra nelle giovani donne occidentali di elevato status socioeconomico, con una prevalenza stimata dell'8-10% nella fascia d'età tra i 12 e i 25 anni.

I DCA sono considerati disturbi psichiatrici gravi?

Sì, i Disturbi del Comportamento Alimentare sono tra i disturbi psichiatrici con il più alto tasso di mortalità, compromettendo significativamente il funzionamento sociale e familiare degli individui affetti.

Come si manifesta il rapporto patologico con il cibo nei DCA?

Il rapporto patologico con il cibo nei DCA si manifesta attraverso comportamenti disfunzionali come restrizione alimentare estrema, abbuffate compulsive, condotte di eliminazione (vomito autoindotto, uso di lassativi) e preoccupazione eccessiva per il peso e la forma corporea.

È possibile prevenire i Disturbi del Comportamento Alimentare?

La prevenzione dei DCA è complessa e richiede un approccio multifattoriale che include l'educazione alimentare, la promozione di un'immagine corporea positiva, l'identificazione precoce dei fattori di rischio e l'intervento tempestivo in caso di segnali d'allarme.

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