La rivista scientifica italiana su fitness e movimento

Anno: 2023 Volume: 20231

Disturbi del comportamento alimentare: ipotesi patogenetiche neurofunzionali, genetiche ed epigenetiche

Abstract

Italiano

I disturbi del comportamento alimentare (DCA) rappresentano una emergenza medico-psichiatrica in rapida crescita, con incidenza particolarmente elevata nei paesi occidentali. L'articolo esamina le ipotesi patogenetiche neurofunzionali, genetiche ed epigenetiche alla base di questi disturbi. I DCA interessano prevalentemente il sesso femminile e la giovane età, manifestandosi come un rapporto patologico con il cibo volto al controllo del peso e dell'aspetto corporeo, spesso associato a dismorfofobia. L'analisi evidenzia un modello eziopatogenetico multifattoriale che comprende fattori predisponenti familiari e ambientali, elementi cognitivi e di personalità, componenti genetiche e influenze neurofisiologiche. Il comportamento alimentare è modulato da complessi meccanismi sensoriali e neurali che coinvolgono gusto, olfatto e regolazione ipotalamica. La comprensione di questi meccanismi è fondamentale per sviluppare approcci terapeutici più efficaci per disturbi che presentano il più alto tasso di mortalità tra le patologie psichiatriche.

English

Eating disorders (EDs) represent a rapidly growing medical-psychiatric emergency, with particularly high incidence in Western countries. This article examines the neurofunctional, genetic, and epigenetic pathogenetic hypotheses underlying these disorders. EDs predominantly affect females and young adults, manifesting as a pathological relationship with food aimed at controlling weight and body appearance, often associated with body dysmorphophobia. The analysis reveals a multifactorial etiopathogenetic model comprising family and environmental predisposing factors, cognitive and personality elements, genetic components, and neurophysiological influences. Eating behavior is modulated by complex sensory and neural mechanisms involving taste, smell, and hypothalamic regulation. Understanding these mechanisms is fundamental for developing more effective therapeutic approaches for disorders that present the highest mortality rate among psychiatric pathologies.

Keywords

Italiano

disturbi comportamento alimentare, DCA, anoressia, bulimia, binge eating, patogenesi DCA, neurofisiologia DCA, genetica DCA, epigenetica DCA, fattori rischio DCA, salute mentale, nutrizione

English

eating disorders, ED, anorexia, bulimia, binge eating, ED pathogenesis, neurophysiology ED, genetics ED, epigenetics ED, ED risk factors, mental health, nutrition

Questo articolo esplora le ipotesi patogenetiche neurofunzionali, genetiche ed epigenetiche dei disturbi del comportamento alimentare (DCA), evidenziando come fattori socio-economici, familiari e ambientali contribuiscano alla loro insorgenza e perpetuazione. Propone un modello multifattoriale per comprendere meglio le cause e i meccanismi di questi disturbi, che colpiscono prevalentemente giovani donne nei paesi occidentali.

Introduzione

L'incidenza dei disturbi del comportamento alimentare (DCA), ossia il numero di nuovi casi osservati in una popolazione in uno specifico arco temporale, è purtroppo in rapida ascesa nel corso degli ultimi decenni1, come del resto la loro prevalenza, ossia il numero di casi totali individuabili in una data popolazione in uno specifico momento. Se si considerano le condizioni che si presentano come sindromi parziali è possibile affermare che una percentuale variabile tra l'8% e il 10% delle ragazze tra i 12 e i 25 anni soffrono di un disturbo del comportamento alimentare2.

I DCA sono una vera emergenza di ordine medico, psichiatrico, e per estensione anche sociale. Si tratta di una moltitudine di segni e sintomi che accompagnano un rapporto patologico con il cibo, che giunge a compromettere significativamente l'ambito sociale, familiare e le relazioni dell'individuo che ne è affetto, potendo talvolta portare alle estreme conseguenze.

I paesi occidentali sono quelli maggiormente colpiti, ma si registrano casi anche nelle classi sociali più agiate di aree del globo caratterizzate da significativa povertà. Già questa premessa sottolinea uno dei principali fattori di rischio per i DCA in generale, ma per alcuni nello specifico, correlabili con lo status socio-economico. Il sesso femminile, la giovane età (prevalentemente adolescenza e prima età adulta, sebbene con progressivo incremento di casi sia in fase precoce che tardiva), contesti sociali, economici, culturali sono significativi fattori di rischio per lo sviluppo di DCA.

A questi si sommano elementi fortemente predisponenti della sfera familiare; legati a episodi specifici come traumi, abusi, bullismo, body shaming; connessi a fattori ambientali e quindi riferibili alla sfera lavorativa; bassa autostima, ansia, disturbi dell'umore, perfezionismo3. Stando ai dati del Ministero della Salute, nel 2017 si parlava di almeno 3 milioni di persone affette da DCA, con tutte le inevitabili e conseguenti ripercussioni, anche in termini di costi sociali.

I DCA non hanno un unico modello causale eziopatogenetico, e occorre quindi indagare e individuare un modello multifattoriale che tenga conto dei fattori predisponenti e scatenanti di natura familiare e ambientale, di fattori cognitivi e legati alla personalità, di fattori genetici e ambientali. A tutto questo si sommano gli elementi perpetuanti del problema che rendono più difficoltosa la risoluzione.

Influenze neurofisiologiche, genetiche ed epigenetiche sul comportamento alimentare

La nutrizione rientra tra i bisogni primari dell'essere umano, ha quindi una posizione di vertice per quanto attiene la necessità di soddisfarla, ed è strettamente legata con la sopravvivenza stessa dell'individuo. Per tramite dell'alimentazione l'essere umano riceve l'energia di cui necessita per assolvere alle attività lavorative e, prima ancora, per la gestione delle esigenze metaboliche. Ma assieme all'apporto energetico fornito dagli alimenti, vi è l'acquisizione di macro e micro nutrienti che consentono il complesso funzionale legato alla rigenerazione e accrescimento tissutale, alla regolazione dei processi biochimici, ecc.

Non a caso la classificazione dei nutrienti consente proprio di distinguere tra quelli con funzione prevalentemente plastica, prevalentemente energetica, e prevalentemente di tipo regolazione e protezione. Nessun alimento è in grado di soddisfare nella giusta modalità tutte le esigenze nutrizionali dell'individuo, ed è questa la leva che ha fatto sviluppare i comportamenti complessi legati alla sua ricerca, al fine di mantenere l'omeostasi corporea e l'adattamento contestuale all'ambiente circostante e alla sua variabilità.

L'alimentazione, e la modifica negli stili nutrizionali, hanno consentito l'adattamento e l'evoluzione della specie umana, e a questo processo evolutivo si è affiancata sempre più una modulazione nutrizionale influenzata dalle tradizioni, dalla cultura, dalle interferenze religiose, sino a elementi socio-economici. In altri termini se inizialmente l'alimentazione ha rappresentato l'elemento di "modulazione" delle caratteristiche umane, proprio a livello strutturale, negli ultimi millenni (e soprattutto negli ultimi secoli), è accaduto sempre più che fosse l'alimentazione a essere modulata in virtù delle caratteristiche e delle esigenze umane, intese come interferenze etniche e culturali e, in quest'ultimo periodo storico non di meno anche etiche.

Questo articolo esplora il complesso ruolo dell'ipotalamo e di altre strutture cerebrali nella regolazione dell'appetito e del comportamento alimentare. Evidenzia come le alterazioni in queste aree possano portare a disturbi alimentari e obesità, e discute le potenziali terapie farmacologiche e comportamentali per gestire queste condizioni. Inoltre, sottolinea l'importanza delle tecniche di neuroimaging per comprendere i meccanismi cerebrali coinvolti nei disturbi del comportamento alimentare.

Metodi

La motivazione che spinge ad alimentarsi è sostenuta dai meccanismi neurofisiologici della motivazione e della ricompensa. La motivazione nasce a livello della corteccia cerebrale, dell’amigdala, dell’ipotalamo e di alcuni centri tronco-encefalici, e la spinta all’introduzione di cibo o bevande può nascere ed essere guidata dal piacere che ne deriva, quindi una spinta di tipo edonistico.

La ricerca del piacere rinforza un comportamento che è quindi messo in atto anche in assenza di una reale necessità fisiologica e biologica. In questo caso strutture facenti parte del sistema limbico e dei gangli della base (area del setto, ipotalamo laterale, substantia nigra, nucleo accumbens, ecc.) sostengono questo processo.

L’ipotalamo integra le risposte viscerali e somatiche, ha un ruolo chiave nel modulare il bilancio energetico poiché integra i segnali provenienti dalla periferia con quelli provenienti dalla regolazione della nutrizione: si tratta di lesioni dell’ipotalamo che possono determinare la condizione di obesità, così come condizioni genetiche a esordio precoce.

Risultati

La sindrome ipotalamica ventrale induce: costante senso di fame, aumentato desiderio di alimentarsi, obesità. Il trattamento delle sindromi ipotalamiche con ricadute metaboliche prevede, oltre alla terapia dietetica, anche l’intervento farmacologico, ad esempio con octreotide, agonista della somatostatina che limita il rilascio di insulina; il metilfenidato è stato utilizzato per ridurre l’intake calorico e la richiesta di cibo, soprattutto grassi, per mezzo dell’aumento dell’attività del sistema dopaminergico implicato nei meccanismi di ricompensa.

Il GLP-1 (glucagon-like peptide 1) è un ormone appartenente alla famiglia delle incretine, viene prodotto in risposta all’ingestione di cibo a partire dal pro-glucagone nelle cellule L del tratto gastrointestinale e a livello ipotalamico. In risposta all’ingestione di alimenti la sintesi di GLP-1 stimola la ß-cellula pancreatica determinando una maggiore risposta insulinica.

Discussione

Tra le ipotesi patogenetiche proposte nel quadro dei disturbi del comportamento alimentare una grande rilevanza appare a riguardo del deficit di elaborazione emozionale derivante dalle informazioni provenienti sia dal cibo che dall’immagine corporea. Non a caso tra i soggetti affetti da anoressia nervosa e bulimia nervosa emerge una riduzione del tono dell’umore e temperamento disforico, e le condotte poste in essere come l’eliminazione o le abbuffate rivestono un ruolo proprio nel ridurre l’entità dell’alterazione del tono dell’umore.

Le condizioni di forte stress inducono una serie di effetti a cascata, differenziabili in termini di risposta acuta e risposta cronica. La risposta acuta individua un rilascio di catecolamine da parte della midollare del surrene. Stress prolungati, come quelli individuabili come conseguenza di stati d’ansia tipici dei soggetti affetti da DCA, determinano il rilascio di cortisolo da parte della corticale del surrene sotto l’influenza dell’ipofisi, a sua volta controllata dall’ipotalamo.

Conclusioni

Disturbi del comportamento alimentare possono essere correlati a disturbi nella corretta consapevolezza delle sensazioni interne del corpo, mediate dall’insula. Un’altra area coinvolta è la corteccia orbito-frontale, che riceve una moltitudine di proiezioni e tra queste permette di integrare le informazioni relativamente all’effetto che l’introduzione pot

Questo articolo esplora il complesso ruolo delle aree cerebrali, come l'insula e la corteccia orbito-frontale, nel comportamento alimentare, evidenziando come la loro disfunzione possa contribuire a disturbi alimentari. Propone che le differenze nell'attivazione cerebrale siano legate a esperienze pregresse e influenzino la motivazione e la gratificazione legate al cibo.

Risultati

Studi iniziali hanno identificato l'insula e la corteccia orbito-frontale come aree chiave nell'elaborazione di stimoli alimentari, influenzando il comportamento alimentare. Queste aree ricevono proiezioni dall'amigdala e dai centri talamici del gusto, fornendo una rappresentazione del piacere associato al cibo1.

Rolls et al. (1994) hanno evidenziato la presenza di neuroni nella corteccia orbito-frontale, ipotalamo e amigdala che rispondono alla visione del cibo, suggerendo un ruolo centrale della corteccia orbito-frontale nella ricerca del cibo2. Disfunzioni in queste connessioni possono contribuire a patologie alimentari.

Studi su soggetti normopeso hanno mostrato che l'amigdala si attiva alla vista di alimenti generici, mentre alimenti ipercalorici attivano la corteccia gustatoria primaria e altre aree, suggerendo risposte cerebrali diverse basate su esperienze pregresse3.

Ulteriori ricerche indicano circuiti neurali distinti per la ricerca e l'assunzione di cibo, con la corteccia orbito-frontale mediale che influenza il comportamento modificando la valenza del cibo e il meccanismo del marcatore somatico di Damasio4.

Discussione

La corteccia prefrontale è implicata nella fame e nel comportamento alimentare, con stimoli da alimenti ad alto contenuto calorico che attivano maggiormente la corteccia prefrontale mediale, suggerendo un coinvolgimento complesso di quest'area5.

Damasio ha descritto il ruolo delle cortecce prefrontali nel decision making e comportamento emotivo, affermando che le decisioni si basano più sul soddisfacimento della motivazione edonica che su ragionamenti razionali6.

Problemi nella corteccia orbito-frontale mediale possono influenzare la corretta interpretazione dei segnali, contribuendo allo sviluppo di disturbi alimentari7.

Conclusioni

Studi di neuroimaging mostrano che le regioni cerebrali coinvolte nello schema corporeo si attivano solo alla vista dell'immagine corporea del paziente in condizioni di sottopeso, spiegando il bisogno compulsivo di controllo corporeo8.

La letteratura supporta l'idea che circuiti cerebrali connessi con apprendimento e ricompensa, se malfunzionanti, possano innescare o perpetuare disturbi alimentari. Anche alterazioni nelle connessioni tra diverse aree cerebrali possono contribuire a questi disturbi9.

Le ipotesi patogenetiche di tipo genetico ed epigenetico suggeriscono che tratti ereditabili come impulsività e ossessività possano essere fattori di rischio per i disturbi alimentari10.

Vedi anche

Domande frequenti

Quali sono le principali cause dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA)?

I DCA hanno un'eziologia multifattoriale che include fattori neurofisiologici (come la disregolazione dell'asse ipotalamo-ipofisario), genetici, epigenetici e ambientali (ad esempio, status socioeconomico, traumi e perfezionismo).

In che modo i fattori neurofunzionali influenzano i DCA?

I fattori neurofunzionali coinvolgono complessi meccanismi neurali che regolano l'introito energetico e l'omeostasi corporea, oltre alla modulazione del comportamento alimentare da parte di stimoli sensoriali come gusto e olfatto. Disfunzioni in questi circuiti possono contribuire allo sviluppo dei DCA.

Qual è il ruolo della genetica e dell'epigenetica nei DCA?

La genetica predispone alcuni individui ai DCA attraverso variazioni in geni specifici. L'epigenetica, invece, studia come l'ambiente possa modificare l'espressione genica senza alterare il DNA, influenzando così la vulnerabilità ai DCA in risposta a stress o traumi.

Chi è più a rischio di sviluppare un Disturbo del Comportamento Alimentare?

L'incidenza maggiore dei DCA si riscontra nelle giovani donne occidentali di elevato status socioeconomico, con una prevalenza stimata dell'8-10% nella fascia d'età tra i 12 e i 25 anni.

I DCA sono considerati disturbi psichiatrici gravi?

Sì, i Disturbi del Comportamento Alimentare sono tra i disturbi psichiatrici con il più alto tasso di mortalità, compromettendo significativamente il funzionamento sociale e familiare degli individui affetti.

Come si manifesta il rapporto patologico con il cibo nei DCA?

Il rapporto patologico con il cibo nei DCA si manifesta attraverso comportamenti disfunzionali come restrizione alimentare estrema, abbuffate compulsive, condotte di eliminazione (vomito autoindotto, uso di lassativi) e preoccupazione eccessiva per il peso e la forma corporea.

È possibile prevenire i Disturbi del Comportamento Alimentare?

La prevenzione dei DCA è complessa e richiede un approccio multifattoriale che include l'educazione alimentare, la promozione di un'immagine corporea positiva, l'identificazione precoce dei fattori di rischio e l'intervento tempestivo in caso di segnali d'allarme.

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