Questo articolo esplora la connessione tra l'encefalopatia traumatica cronica (CTE) e il calcio, evidenziando come i colpi di testa possano rappresentare un gesto potenzialmente pericoloso per i giocatori. Si propone la necessità di tecniche di prevenzione innovative per ridurre il rischio di lesioni cerebrali nei calciatori.
Introduzione
L’encefalopatia traumatica cronica (CTE), appartenente alla categoria delle “taupatie”, induce cambiamenti progressivi e degenerativi del cervello. Le ripetute lesioni rappresentano verosimilmente le principali cause della malattia. Descritta già nel 1928, solo recentemente è stata dedotta una potenziale probabilità di sviluppare la CTE nei giocatori di football americano. La progressione della malattia è accompagnata da mutamenti di tipo “cognitivo-emozionale”.
Le patologie, correlate a un’elevata concentrazione della proteina tau nel liquido cerebrospinale (LCS), attingono il nome dalla proteina stessa. Di qui, appunto, il termine “taupatia”, cui è associato il concetto di “patologie neurodegenerative progressive”.
Calcio
La diagnosi e il trattamento di ciascuna taupatia necessitano di un’indagine anamnestica rigorosa, includendo la valutazione di alcuni sintomi e il loro decorso. Sebbene esistano numerosi disturbi neurodegenerativi con coinvolgimento della proteina tau, la ricerca clinica è più attenta alla malattia di Alzheimer, alla paralisi progressiva sopranucleare e alla sindrome corticobasale.
CTE e Calcio: Il Colpo di Testa come Gesto Potenzialmente Pericoloso
La CTE è frequentemente discussa come entità clinico-patologica. I progressi nella comprensione della patologia latente nel post-mortem sono vincolati dalla nostra subottimale conoscenza di un quadro di sintomi clinici vari e scarsamente descritti. Stern et al. (2013) intuirono che i cambiamenti comportamentali apparissero prima dell’insorgenza del declino neurocognitivo.
La porzione comportamentale maggiormente descritta includeva l’esplosività, l’impulsività e l’abuso fisico e verbale. Le qualità modificate dell’atteggiamento più prominenti risultavano essere la depressione e la disperazione seguite dall’ansia e da tendenze suicide.
La connessione tra CTE e suicidi è stata contestata: la mortalità conseguente a suicidi in ex-giocatori di football, tra l’altro, è notevolmente inferiore a quella registrata nella popolazione generale. È bene sottolineare come esistano modalità attraverso cui la commozione cerebrale influisce sull’organismo a tal punto da condurlo allo sviluppo della CTE. La commozione associata allo sport è una evidenza clinica molto frequente, in particolar modo nel calcio.
Nella “sfida aerea”, momento in cui i calciatori si contendono in volo la palla, non è raro assistere ad episodi palesemente “sleali” e/o fortuiti. Ciò rappresenta il meccanismo più comune di lesione.
Questo articolo esplora l'impatto dei colpi di testa nel calcio sulla salute cognitiva degli atleti, evidenziando una possibile correlazione tra esposizione prolungata a impatti cranici e lo sviluppo di malattie neurodegenerative. Propone strategie preventive basate su nutrizione e protezioni fisiche per mitigare i rischi associati.
Calcio
I colpi di testa provocano cali prestativi in compiti cognitivi, riducendo la velocità psicomotoria, l'attenzione e la memoria di lavoro (Smirl et al., 2020). In particolare, i domini della funzione cognitiva dipendono maggiormente dalla struttura e dal funzionamento fisiologico dei tratti della sostanza bianca del cervello (Stewart et al., 2018). Si è osservato, nell'arco degli ultimi trent'anni, un modesto gruppo di calciatori affetto da demenza e compromissioni motorie (Ling et al., 2017).
Danni cognitivi progressivi, presenti in ognuno dei candidati, permettono di supportare le ipotesi scientifiche formulate sui ripetitivi e cronici impatti alla testa. Le analisi neuropatologiche vengono svolte nel periodo post-mortem e i ricercatori hanno riscontrato elevati episodi di malattie che accomunano gli organismi degli esaminati (Ling et al., 2017).
Questa scoperta è probabilmente correlata alla prolungata esposizione ai ripetitivi urti, conseguenti a collisioni di "testa a testa" o a colpi di testa, avvenuti migliaia di volte nel corso della carriera professionistica e non (Ling et al., 2017). Inoltre, non è peregrina l'ipotesi paventata sull'uso del pallone di cuoio (avente peso maggiore rispetto a quelli sintetici) come fattore di rischio (Ling et al., 2017). Il tutto, ovviamente, senza dimenticare come i palloni sintetici possano essere calciati con maggiore potenza, sviluppando alte velocità (Nitrini, 2017).
Nonostante la correlazione tra urti alla testa e CTE risulti notevolmente evidente dai dati raccolti finora (Nitrini, 2017) in alcuni sport di contatto (rugby, football americano, boxe), non è ancora chiaro quanto frequente sia tale condizione patologica nei calciatori, così come quanto incida il colpo di testa nella sua patogenesi. Secondo alcuni ricercatori (Mackay et al., 2019), il fattore maggiormente influente è rappresentato dall'arco di tempo entro cui prende luogo l'esposizione ai colpi di testa.
Ciò detto, taluni studiosi ritengono maggiormente significativa l'entità della collisione subìta (Mackay et al., 2019); altri sottolineano l'importanza della ripetizione di impatti, annessi a commozioni, per cui vi sono maggiori probabilità di manifestazione della malattia in quegli individui con esposizione prolungata agli urti (Guskiewicz et al., 2005). A tale proposito, si è condotto uno studio retrospettivo per confrontare la mortalità, conseguente a malattie neurodegenerative, tra ex calciatori professionisti - identificati da database di giocatori scozzesi – e un numero di campioni appartenenti alla popolazione generale, reclutati sulla base di sesso, età e grado di deprivazione sociale (Mackay et al., 2019).
La mortalità causata da malattie neurodegenerative, indicata come causa primaria, era differente osservando i dati ottenuti. Tra gli ex giocatori, il decesso variava in base al sottotipo di malattia correlata (evidente tra i soggetti affetti da Alzheimer; in misura minore in quelli sofferenti del morbo di Parkinson). Ciò premesso, comunque, gli impatti subiti a causa degli avversari risultano notevolmente superiori rispetto a quelli ricevuti dai propri compagni di squadra (Smigielski et al., 2020). La diversità tra le percentuali, inoltre, risalta a seconda dei ruoli, considerati con scala decrescente: il portiere è chiaramente meno esposto.
Vi sono nuove strategie di prevenzione, come l'utilizzo di farmaci e di un'alimentazione mirata allo sport praticato (Oliver, Anzalone & Turner, 2018), in grado di ridurre gli effetti deleteri della commozione cerebrale e degli impatti sub-concussivi. Contrariamente al trattamento farmacologico (il quale agisce solo su un meccanismo di lesione), i nutrienti (creatina e acidi grassi Omega 3) e i nutraceutici (curcumina) operano su molteplici meccanismi all'interno delle complesse sequele neurochimiche e neurometaboliche.
Oltre a un comportamento propositivo, comunque, l'utilizzo di strumenti preventivi, pervenuti dalle federazioni di appartenenza, svolge un ruolo fondamentale. Ad onor del vero, infatti, le stesse federazioni, o l'ente a carico del controllo dei vari sport, hanno sollecitato e implementato l'utilizzo di caschi, paradenti e di protezioni con determinati standard da seguire. Lo stesso regolamento o arbitraggio abolisce e limita i gesti verosimilmente pericolosi in acuto e/o cronico. La gestualità tecnica del colpo di testa viene ricercata anche in fase di allenamento, attraverso esercitazioni specifiche. È bene, dunque, delineare una possibile strategia di prevenzione adatta all'insorgenza delle problematiche citate in precedenza, riferendosi a strategie e a eventuali misure preventive.
Questo articolo propone una riflessione approfondita sui rischi della *encefalopatia traumatica cronica* (CTE) nei calciatori, evidenziando l'importanza di strategie preventive per ridurre l'incidenza di traumi cranici senza alterare l'essenza del gioco. Viene sottolineata la necessità di una formazione continua per gli allenatori e di un maggiore investimento nella ricerca per comprendere appieno le conseguenze delle sollecitazioni ripetute.
Conclusioni e Riflessioni
Come detto, diversi studi descrivono una varietà di malattie neurodegenerative negli ex calciatori, incluse l’encefalopatia traumatica cronica, la sclerosi laterale amiotrofica e il morbo di Alzheimer34. È stato dimostrato che la diminuzione dell’anisotropia frazionaria (FA), misurata tramite risonanza magnetica, è associata a traumi cranici ripetuti, suggerendo modificazioni neurofisiologiche che possono portare a problematiche sia in acuto che in cronico.
Stando a quanto scoperto finora, i traumi cranici ripetuti comportano modificazioni neurofisiologiche, come l’insorgenza di determinate problematiche sia in acuto che in cronico. La Scottish Football Federation (SFA) si è dimostrata lungimirante, ufficializzando il divieto ai bambini sotto i 12 anni di colpire il pallone di testa e studiando didattiche di lavoro suddivise per età.
Gli autori caldeggiano una formazione continua per gli allenatori sulla CTE e auspicano un maggiore investimento nella ricerca e nel coinvolgimento dei laureati in scienze motorie, così da addivenire a un’équipe multidisciplinare in grado di fornire risposte concrete, immediate ed efficaci.
are mezzi che non snaturino l’essenza dello sport (Perniola, 2021). Si ritiene utile finanche analizzare le componenti specifiche della CTE per poter comprendere appieno le conseguenze di determinate sollecitazioni.
Scienza e movimento - N. 34 Ottobre-Dicembre 2023